Di: Sergio Palumbo

Il Sud che Capraro ci presenta è del tutto privo di compiacenze oleografiche. Lo splendore dei paesaggi mediterranei inondati dal mare si intuisce soltanto sullo sfondo, mentre in primo piano si snodano straducole grigie dove ogni nicchia può nascondere un agguato mortale e da ogni anfratto può sbucare la canna di un fucile. Nella città pugliese su cui incombe l’ombra della Sacra Corona Unita il sottobosco sociale pullula di figure oppresse da una secolare miseria materiale e culturale, che diventa fatalmente anche rinuncia morale e logora sogni e affetti, anche i più intimi e cari.

Così il giovanissimo Mino, che potrebbe diventare per doti naturali un grande calciatore, finisce nell’ingranaggio che ne stritola le speranze di amore, di amicizia, di vita. Muore a sedici anni, dopo aver bruciato le tappe della più spietata violenza, che lo porta ad uccidere anche il suo unico amico, nell’inutile miraggio di un successo socio-economico facile e rapido. Come lui, altri giovanissimi di cui si serve la criminalità che sta in alto, dietro i ruoli prestigiosi del politico importante, del poliziotto corrotto, del parroco in affari col potere: manovalanza usata e gettata nell’immondezzaio del crimine, perché taccia per sempre.

Forse i toni più truculenti ed esasperati della vicenda, che non mosra spiragli di luce, sono suggeriti all’autore dalla consapevolezza di una secolare soggezione della sua terra a questi mali endemici: l’arroganza e l’ipocrisia dei potenti e la soggezione del debole, che soccombe anche quando si fa complice dei suoi aguzzini. Così diventa difficile, persino per un giovane sacerdote, conservare la fede in un Dio troppo lontano e che sembra solo “geloso di ciò che possiede”.

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