Di: Sergio Palumbo

“La stretta del pitone” è un godibilissimo thriller, che centra perfettamente l’obiettivo di questo genere narrativo: farsi leggere senza interruzione, dalla prima all’ultima riga, col fiato sospeso. Tuttavia, l’autore non ricorre all’espediente tipico del genere, quello cioè di non rivelare al lettore l’identità dell’assassino se non con l’ultimo colpo di scena, che conclude la vicenda. Del Pitone – lo psicopatico serial killer – conosciamo aspetto e dati anagrafici e, mentre si susseguono le orride esplosioni della sua bestialità, ne possiamo cogliere il germe, esplorando le terribili vicende del suo passato. Ci rendiamo conto così che la follia del sadico omicida è dolorosamente iscritta nella follia della natura, di cui è il frutto marcio e forse, in un certo modo, incolpevole. Frutto dell’anomalia fisica che lo ha reso, in quanto albino, alieno alla luce del sole e ha imprigionato la sua infanzia nel buio freddo di una casa, senza giochi né calore di affetti. Frutto marcio della pazzia di una madre dal cervello divorato dal cancro, che diventa la sua crudele e sanguinaria carceriera, inibendo la maturazione sessuale e umana dell’adolescente, che il padre ha vigliaccamente abbandonato al suo destino. Così il romanzo si fa seguire non solo per il susseguirsi incalzante delle vicende con la loro morbosa carica di orrore, ma anche per lo spessore del retroscena psicologico che evidenziano.

Figura molto umana è il commissario di polizia, un uomo che ha sofferto a sua volta, inchiodato da un incidente su una sedia a rotelle e tormentato dal rimpianto per la moglie perduta. Ma la sua capacità quasi sovrumana di cogliere le tracce non solo fisiche del seria killer, ma quasi le vibrazioni che dalla sua contorta psiche restano nei luoghi delle sue macabre gesta, lo porteranno a stanare l’assassino e a neutralizzarlo.

Al ritmo narrativo avvincente corrisponde un linguaggio agile e moderno ma anche ricco di sfumature, senza le intemperanze di un realismo troppo sguaiato.

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