Di: Sergio Palumbo

Sergio De Santis non svela il nome della “città dei crolli”, ma c’è da giurare che si tratti di Napoli. Una Napoli del futuro. In questo futuro narrato da De Santis la città è devastata da continui quanto inesorabili crolli dei palazzi in cemento armato, mentre paradossalmente i più antichi, in tufo, sono i più sicuri. In questa città dilaniata dai crolli il futuro vuol dire progresso e benessere solo per la classe agiata che vive nel “quartiere dei ricchi”, mentre significa degrado, paura e povertà per tutti gli altri, costretti a vivere in grotte, roulotte o garage senza acqua potabile (distribuita in modo razionato) e senza elettricità, nonostante i grandi passi avanti fatti dalla scienza.

E proprio in questa città il nostro Schizzo muove la propria esistenza, raccontandoci in prima persona le sue avventure e disavventure. Schizzo non ha un nome, ma solo un soprannome. Quando andò per la prima volta alla grotta di Sante e Maria aveva sì e no sei anni. Sante e Maria lo accoglieranno nella grotta accudendolo come un figlio e sul soppalco della grotta Schizzo trascorrerà gran parte della sua vita in compagnia del suo fedele computerino Untitled. Grazie ad Untitled, Schizzo riuscirà a filmare e ad immortalare la sua storia e a “salvarla con nome”: proprio lui, senza nome, darà un nome alla storia sua e di questa inquietante città perché “Maria diceva che gli uomini passano, mentre le loro storie rimangono, e ognuno dovrebbe poter raccontare la propria”.

Il romanzo di De Santis è scritto con uno stile molto fresco, scorrevole e decisamente piacevole. Le vicende che Schizzo ci racconta in prima persona fanno cogliere uno spaccato di un futuro inquietante che incombe sulla città dei crolli che sembra voler costituire un monito severo contro certe indiscriminate speculazioni ai danni del territorio e dell’ambiente, nonché contro il sempre più crescente divario tra le classi sociali. Moniti severi di tristemente crescente attualità.

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