Di: Sergio Palumbo

L’indagine del commissario Prisco – un napoletano che opera in un paesino tra le montagne dell’Abruzzo – riguarda la scomparsa di un vecchio, che viene poi ritrovato morto in un solitario cimitero di guerra, ucciso da qualcuno. Tale indagine diventa privata – come recita il titolo – quando un superiore, borioso burocrate che Prisco cordialmente detesta, con la sua pretesa di aver trovato la soluzione per chiudere il caso al più presto, provoca indirettamente la morte di un innocente e del più caro amico e collaboratore di Prisco.

Nella ricerca della verità sfila davanti al lettore una pittoresca galleria di personaggi caratteristici di un paesino, in primo luogo i vecchietti amici dello scomparso legati tra loro soltanto dal comune denominatore dela guerra, duarnte la quale ebbero modo di operare affiancati. Quei ricordi li uniscono e talvolta li inducono a incontrarsi, malgrado le diverse situazioni e realtà sociali in cui vivono. Chi di loro ha ucciso il vecchio, cui peraltro una grave malattia lasciava pochi mesi di vita? E per quale motivo se si esclude quello economico, considerato che i pochi risparmi dell’uomo non sono stati , come appura Prisco, all’origine del delitto?

Gran parte del fascino del romanzo è nella suggestione dei luoghi , descritti con partecipazione affettiva senza essere oleografici, pervasi come sono di un realismo storico che anzi diventa, in fondo, il vero protagonista. Infatti è da quel doloroso passato della nostra storia recente, testimoniato dalle tante tombe senza nome sparse per le montagne e lapidi che testioniano massacri nazisti, che trae origine l’oscuro delitto.

Il protagonista fa pensare ad un Montalbano che ama le escursioni sui monti d’Abruzzo quanto l’altro le nuotate ne mare di Sicilia, con una nota mesta e meditativa in più nel suo carattere, senza peraltro il diversivo ameno dell'”entourage” che Camilleri attribuisce al commissario di Vigata. Probabilmente questo parallelo è il miglior complimento che si possa fare al bravo Ugo Mazzotta.

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