Di: Redazione

Ringraziamo la Infinito Edizioni (www.infinitoedizioni.it)per aver messo a disposizione questa intervista allo scrittore Michelangelo Iossa di cui nei giorni scorsi abbiamo recensito il libro "Gli ultimi giorni di Lennon".

Domanda. Sono trascorsi esattamente venticinque anni dalla scomparsa di John Lennon, ma la suavita e le sue opere suscitano ancora molto interesse presso il grande pubblico e, soprattutto, presso le generazioni più giovani: quale è il segreto di tanta ‘longevità’?

Michelangelo Iossa. L’avventura discografica solista di John Lennon ha coinciso con la fase conclusiva della parabola artistica dei Beatles, universalmente considerati le icone pop più importanti del Novecento, come dimostrato da un recentissimo sondaggio condotto dalla rivista Variety e come spiegato dallo storico francese Jacques Le Goff, il quale ha inserito il quartetto di Liverpool all’interno dei tredici ‘documenti/monumenti’ che identificano il secolo scorso. All’indomani dello scioglimento della band, John Lennon ha tesaurizzato la sua popolarità per trasformarsi progressivamente nel primo autentico comunicatore del rock’n’roll. Le sue canzoni, la sua arte figurativa ed i suoi scritti poetici hanno rappresentato i tre campi d’azione in cui l’ex-Beatle si muoveva con maggiore naturalezza: nel mio libro, ho affermato che di John Lennon manca oggi la forza delle opinioni e la sua straordinaria capacità di intervento. Era un autentico rocker, ma anche un abile comunicatore; era uno straordinario musicista, ma anche un finissimo opinion leader, in grado di calamitare l’attenzione dei media e del pubblico.

Basti pensare che gran parte dell’establishment statunitense temeva l’antimilitarismo di John Lennon; a partire dal 1971 sino al giorno della sua morte, l’FBI – su ordine della Casa Bianca – tenne sotto costante sorveglianza il musicista.

D. Grande era l’amore di John Lennon verso quella New York che avrebbe fatto da cornice alla sua tragica fine: che legame aveva il musicsta con la metropoli statunitense? i

M. I. John Lennon si innamorò di New York, del suo clima vivace, dei suoi movimenti d’avanguardia e delle straordinarie possibilità espressive che gli poteva garantire; per questi motivi Lennon si trasferì nella Grande Mela sin dal 1971. Quando ricevette la green card, documento che certificava la sua cittadinanza statunitense, il musicista inglese affermò: "Amo molto questo Paese. Duemila anni fa, chiunque avrebbe voluto vivere a Roma. Non in collina, ma a Roma: New York è la Roma di oggi".

D. Secondo il suo personale punto di vista, come avrebbe reagito John Lennon ai fatti di cronaca degli ultimi anni, dalla caduta del muro di Berlino alla Guerra del Golfo, dal crollo delle Twin Towers della "sua" New York agli interventi militari in Iraq. E inoltre, che contributo avrebbe potutodare alla scena musicale internazionale all’indomani dell’esplosione del post-punk, della new wave, del rap o del grunge?

M. I. Naturalmente, non è affatto facile rispondere a questa domanda. Credo, però, che John Lennon avrebbe sempre mostrato il suo ‘punto di vista’ senza nascondersi mai, forse dialogando personalmente con i media, le istituzioni e i musicisti o approfittando della straordinaria forza di Internet. Sarei felicissimo se il pubblico e i lettori del mio libro rispondessero a questa domanda: Infinito Edizioni – in partnership con le testate musicali Jam e Neròk – ha elaborato un concorso letterario intitolato I Giorni di Lennon che potrebbe rappresentare un’interessante ‘sfida’ per coloro che vorranno raccontare il John Lennon del Terzo Millennio.