Di: Sergio Palumbo

Quello di Jasper Fforde è un romanzo bizzarro, con una protagonista dal bizzarro nome di Thursday: una sorta di moderna favola che sembra fare il verso a certi romanzi di fantascienza troppo avveneristici. La vicenda racconta un mondo in cui la letteratura paradossalmente sembra essere il principale valore, non solo per pochi intellettuali, ma per ogni persona: fazioni che si affrontano, anche con la violenza, pro o contro un autore; comitati e circoli di appassionati per ogni singolo poeta o romanziere, che conoscono a memoria ogni parola delle opere preferite e fanno un tifo da stadio per il loro autore, come oggi si fa per una squadra di calcio. Le opere letterarie sono altresì oggetto di cupidigia per i criminali di turno: furti di manoscritti originali (che diventano veri e propri beni di scambio), contraffazione, etc. Anche il tempo, in questo originale universo, ha confini fragili e a ogni buco o strappo si sovrappongono le epoche e la durata dell’esistente si comprime e si dilata, con elastica mutevolezza. Ma il fatto più originale è che nelle opere letterarie si può materialmente entrare e uscire (nei luoghi e negli ambienti narrati), intervenendo nella fittizia vicenda fino a mutarne il corso, magari sottraendo con la froza la protagonista, per criminale intento ricattatorio. Così avviene per Jane Eyre, con sgomento e diperazione dei fans della Bronte. Ma l’intervento di Thrusday, nella sua qualità di detective letteraria, salverà Jane e trasformerà il finale del romanzo in un lieto fine, con i due protagonisti finalmente sposi felici.

I momenti di suspense si sciolgono senza drammi, con una leggerezza di tono che, senza diventare apertamente parodistica, rivela tuttavia quanto l’autore si diverta a giocare con i suoi personaggi. La sottile ironia di Fforde, se impedisce al lettore un vero coinvolgimento emotivo, lo lascia sorridente e ammirato per la caleidoscopica fantasia dell’invenzione.

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