Di: Sergio Palumbo e Tiziana Palumbo

Torna a Napoli la grande musica del Neapolis Festival, giunto alla decima edizione con un cartellone ricco di grandi nomi. Manca Morrisey, che aveva annullato da tempo la data, senza un preciso motivo, e mancheranno i Liars, per un lutto familiare di uno dei componenti della band. Ma quel che non manca è il grande spettacolo sui tre stage del Neapolis.

La prima serata, venerdì 14 luglio, inizia con un timido ragazzo di Pesaro, Athebustop, al secolo Claudio Donzelli, che ha l’arduo compito di aprire la rassegna. E lo fa più che bene, esibendosi da solo sul palco con una chitarra acustica ed una voce che ti fa sciogliere. I suoi brani sono particolarmente delicati e la sua bravura, sia come autore sia come esecutore, ci fanno scommetere che sentiremo ancora parlare di lui.

Anche se un po’ traditi dall’orario (è troppo presto e c’è ancora poca gente) e da un’amplificazione imperfetta, i Baustelle confermano dal vivo quello che già si poteva intuire ascoltandoli su disco: sono dannatamente bravi. La voce calda del “dandy” Francesco Bianconi, il fascino discreto di Rachele Bastreghi e della sua voce, brani di gran qualità ed una grande classe negli arrangiamenti: non è un caso se tutti dicono che i Baustelle sono la vera rivelazione italiana degli ultimi anni. E mentre si esibiscono nei brani vecchi e nuovi del loro repertorio (Sergio, Un romantico a Milano, La guerra è finita, La moda del lento, La canzone dell’83, …) ti ritrovi accanto la bellissima Tying Tiffany, rigorosamente scalza, che li ascolta prima di esibirsi sull’Electro Stage in uno show disco-punk davvero irresistibile.

I tedeschi Robocop Kraus fanno capire subito di che pasta sono fatti: un punk-funk davvero frizzante ed energico, peccato che siano così poco conosciuti in Italia, meriterebbero senz’altro maggiore visibilità.

Davvero grandiosi gli Eels: le anguille si esibiscono in un graffiante, ruvido, grezzo, potente rock senza fronzoli, immediato ed essenziale che valorizza il talento e la forza di Mr. E, poliedrico genio della musica che chiude il concerto con due bellissime cover eseguite come solo lui potrebbe: I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins e That’s life, un classico eseguito da Frank Sinatra nel 1966

I dEUS chiudono la serata del Metropolitan Stage con il loro rock contaminato da sonorità sperimentali ed una grande potenza: è sconvolgente il modo in cui riescono a trascinare il popolo del Neapolis, che non ce la fa a non ballare sulle note di “What We Talk About (When We Talk About Love)”.

La serata non è finita e continua fino a tarda notte con i dj-set dell’Electro Stage. Spicca il nome di Tiga, dj canadese sempre più apprezzato e osannato a livello mondiale, che chiude le danze della prima serata del Neapolis.

La seconda sera è decisamente più frequentata, anche visti i nomi in cartellone: tre personaggi che hanno senz’altro contribuito in modo essenziale alla storia del rock: Robert Plant, Iggy Pop e Carlos Santana. Ma non solo: aprono i baresi Jolaurlo, giovani ma con testi maturi e mai banali, una gran forza e una cantante, Marzia Stano, dall’eccezionale presenza scenica, grintosissima, che si muove bene, canta benissimo e annuncia in modo disinvolto tutti i brani in scaletta. Grande rivelazione.

Altra bella rivelazione sono gli Atari, che aprono sull’Electro Stage. Sono due ragazzi napoletani, Alfredo Maddaluno e Riccardo Abruzzese e si esibiscono indossando solo una salopette: uno rossa, l’altro blu. Uno suona il basso, l’altro suona contemporaneamente batteria e sintetizzatori. Ambedue cantano. Il risultato è sorprendente: 8 bit is better, davvero.

Segue il folk partenopeo con venature swing di Francesco Di Bella, senza i 24 Grana, ma con degli ottimi brani che strizzano l’occhiolino tanto alla tradizione napoletana quanto al jazz. E’ un bel preludio al concerto di Robert Plant.

Che bello sarebbe se accanto a Plant ci fosse Jimmy Page. Ma gli Strange Sensation non sono affatto da sottovalutare ed il risultato è notevole: la voce di Plant non è proprio al massimo del suo splendore, ma resta sempre magica, la grinta è intatta, c’è un po’ di pancetta, ma la musica non ne risente. Tra successi di oggi e di ieri Plant regala a tutti una grande lezione di rock. Tutta l’arena canta con lui “I’m gonna give you my love… Wanna whole lotta love?” ed è affascinata da questi circa quindici minuti di rock, improvvisazioni, deliri sonici che contornano l’intramontabile riff di chitarra che contraddistingue il brano.

Finito il concerto di Plant si fa appena in tempo per trovarsi di nuovo davanti al Metropolitan Stage dove Iggy Pop, l’iguana, manda in estasi, insieme agli Stooges, il popolo del Neapolis con il suo irriverente, sboccato, perverso, incredibile show. L’intramontabile Iggy, vestito solo con jeans rigorosamente a vita bassissima, insulta, si bagna e bagna il pubblico, lancia bottiglie vuote e il pubblico gliene lancia delle altre (un paio lo colpiscono in pieno petto), si arrampica sugli amplificatori, simula orgasmi e masturbazioni, si getta dal palco, risale ed invita il pubblico cantando e ballando tutti insieme “No fun”, ma soprattutto canta le canzoni dello straordinario repertorio rock-punk degli Stooges e tutto il pubblico canta con lui “Now I wanna be your dog”. Imperdibile.

Si ritorna quindi nell’arena, dove Carlos Santana ha già imbracciato una delle chitarre che suonerà. Anzi, più che suonarle, le farà parlare, con una voce emozionante e toccante. Anche se dovremmo ormai essercene abituati, restiamo stregati e commossi dalla maestria con cui Santana tira fuori le note dalla chitarra. Come se non bastasse, è accompagnato da un nutrito gruppo di ottimi musicisti che contornano i riff di chitarra di Santana con un magico connubio di percussioni, fiati e tastiere rendendoli ancor più conturbanti, se ve ne fosse bisogno. Non mancano grandi hit come “Corason Espinado” o “Smooth”. Incredibile l’assolo di batteria verso la fine del concerto, probabilmente il più lungo e più esaltante della storia del Neapolis.

All’Electro Stage, intanto, dopo Jason Forrest, meglio conosciuto come Donna Summer, e dopo i Mouse on Mars, seguono tre dj set che fanno ballare fino a notte fonda i fortunati spettatori di queste grandi perle della musica rock.

L’ultima serata è abbastanza insolita: è tutta dedicata al rap e all’hip hop. Ed è una serata esclusivamente italiana. Protagonisti ne sono Mondo Marcio, Fabri Fibra, Jovanotti e Roy Paci con gli Aretuska. L’esibizione di Jovanotti nell’arena è energica, trascinante, i brani sono quasi tutti delle famosissime hit che abbiamo più volte ascoltato, a volte dei veri e propri tormentoni, come “Tanto(3)” o “L’Ombelico del Mondo” ed i testi sono a volte romantici e a volte impegnati, spaziando da “Serenata Rap” a “Il mio nome è mai più”, da “Piove” a “Salvami”. I bis non potevano non prevedere Penso Positivo. Notevole l’idea di associare alle note di “Ragazzo Fortunato” le immagini della finale dei mondiali e della grande vittoria dei nostri azzurri. Tra le immagini manca la testata di Zidane, ma quella preferiscono simularla Saturnino, nella parte del francese, e lo stesso Jovanotti, nella parte di Materazzi.

Il gran finale è affidato al picciotto Roy Paci, che con i suoi Aretuska fa ballare al ritmo del travolgente ska dei suoi Aretuska gli irriducibili del Neapolis che cantano con lui “Tu ti lamenti ma che ti lamenti? Pigghia nu bastone e tira fora li renti!” Non si poteva sperare un finale migliore.

Il decimo anniversario del Nepolis non poteva essere onorato in modo migliore dai suoi organizzatori e dagli artisti che ne sono stati protagonisti. Così come è stato onorato dalle migliaia di persone che sono accorse per non perdersi il grande spettacolo offerto in questi tre giorni indimenticabili di grande musica e grandi emozioni. Ringraziamo la Daniele Mignardi PromoPressAgency per averci offerto la possibilità di essere presenti a questo grande evento e di raccontarlo ai nostri lettori.