Di: Clelia D'Avino

“La Fiaba dell’Ultimo pensiero” è un libro dal titolo che può trarre in inganno e che di primo acchito può far pensare a qualcosa di delicato, ma solo a chi non ha mai letto nulla dello scrittore tedesco dal passato molto doloroso.

Anatolia, città di Bakir, Thovma Khatisian sta per morire. Ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio è il Meddah, il narratore di fiabe, che lo aiuta ad afferrare il suo ultimo pensiero.

E così il vecchio Thovma vola indietro nel tempo, verso i luoghi delle sue radici, torna con la mente in quel piccolo paese ai piedi del Monte Ararat ricco di tradizioni e di riti, in cui suo padre Wartan viveva con il nonno e il bisnonno. Si susseguono dunque i racconti della levatrice Bulbul che spiegava come si viene al mondo, le feste più allegre, le immagini gioiose di seni che esplodono di latte e di splendidi sederi di spose rigogliose ma anche quelle violente di curdi che stuprano bambine. L’ultimo pensiero di Thovma torna anche alle carceri turche dove suo padre è stato imprigionato e torturato affinchè confessasse un improbabile cospirazione armena ai danni dell’intera umanità inventata dai turchi al solo scopo di giustificare la necessità dello sterminio del popolo colpevole.

Il dialogo tra il Meddah e l’ultimo pensiero di Thovma diventa così testimone del grande olocausto del 1915.

Hilsenrath, con il sarcasmo che lo contraddistingue, commisto ad immagini cruente a cui pure ci aveva abituato (si legga ad esempio “Il nazista e il barbiere”), che lasciano il lettore sgomento ma anche incapace di staccarsi dalle pagine, riesce a condurre una profonda analisi dello sterminio armeno, tragedia sconosciuta ai più, descrivendo la barbarie e la crudeltà di una così triste pagina della storia dell’uomo.

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