Di: Sergio Palumbo

Definire “giallo” il romanzo di Mankell Henning sarebbe riduttivo, se oggi questo genere conservasse quell’etichettà di minorità che per molto tempo lo ha escluso dal Gotha della letteratura mondiale. La vicenda narrata crea effetti di suspense su più piani. C’è un efferato delitto le cui atroci modalità rendono più che mai inquietante il quesito sulle cause di tanto odio contro un vecchio poliziotto in pensione, all’apparenza del tutto inoffensivo. C’è un giovane uomo che improvvisamente si scopre malato di cancro e sa che solo la forza di volontà lo aiuterà a vincere la battaglia per la sopravvivenza, contro la disperazione che minaccia ad ogni momento di sopraffarlo. La sua indagine sulla morte del vecchio ex-collega, originata dal disperato bisogno di distrarsi dal suo problema, diventa gradualmente un viaggio a ritroso nel suo stesso passato, fino a ricomporre un mosaico di ricordi di cui solo ora comprende il senso e la portata. Così la figura paterna acquisterà un profilo inatteso, quello ambiguo e minaccioso di una generazione che ha creduto nella follia nazista e ha torturato e ucciso con la stessa ferocia dell’assassino. Quella follia, che pareva condannata senza appello dal genere umano come il male assoluto, è in realtà un fuoco maligno che cova ancora sotto la cenere e ancora genera mostri. Così la formula classica del giallo si amplia proiettandosi sul più vasto orizzonte della storia del Novecento, con il suo fosco delirio che dalla Germania hitleriana sconvolse l’Europa intera.

Ma d’altra parte le implicazioni storico-ideologiche non appesantiscono affatto la lettura, che scorre con il ritmo incalzante del mistery di classe, avvincendo il lettore fino all’ultima pagina. Affascinanti sono anche i paesaggi nordici di una Svezia periferica, lontana dalle grandi città, dominio delle sconfinate foreste, con il baluginio della neve che nei lunghissimi inverni crea misteriose suggestioni e suggerisce angosciosi presentimenti o speranze di nitide albe di rinascita.

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