Di: Sergio Palumbo

Non c’è dubbio che la fama di Camilleri sia legata essenzialmente alla felice creazione del personaggio di Salvo Montalbano, il siculo commissario di polizia alla cui notorietà ha contribuito anche la fortunata trasposizione televisiva. Come ogni suo pari letterario, anche Montalbano risolve i casi più o meno intricati che gli si presentano, ma non con le sottili facoltà deduttive alla Holmes o attivando le “celluline grigie” come Monsieur Poirot, bensì per un lampo di intuizione che, raccolti gli sparsi elementi del puzzle, ne vede emergere con immediatezza il disegno. Questa dote non è però un gratuito dono di natura, bensì la conseguenza di una profonda compenetrazione con la sua gente e fa dunque tutt’uno con la sua “sicilianità”. Perfino la realtà mafiosa viene in tal modo metabolizzata, non certo per carenza dell’ovvio rifiuto morale, ma come realistico elemento di conoscenza che è strumento, tra gli altri, di vita e di lavoro. La “sicilianità” di Montalbano è questa sua profonda esperienza di fasti e nefasti della sua terra, ma anche quanto di istitutivo e vitalistico è ad essa connaturato: il suo robusto appetito, le sue vigorose nuotate, la parlata italo-sicula che è la precipua caratteristica dei romanzi di Camilleri e ne connota piacevolmente l’originalità. Dei casi polizieschi narrati forse non rimane particolare memoria, ma sono indimenticabili i momenti “privati” del commissario: le sue gustose cenette nella famosa verandina di fronte al mare nella sua casa di Marinella, o alla trattoria (da Calogero prima, da Enzo poi), con l’elenco minuzioso dei piatti preferiti di cui l’autore assapora ogni sillaba; le “sciarratine” con la sua donna, Livia, lontana ma onnipresente; le schermaglie con gli uomini della sua squadra tra i quali la divertente macchietta di Cagarella, famoso per le sue apparizioni cicloniche e per le spassose deformazioni dei nomi e del linguaggio comune.

Ma, specie negli ultimi romanzi, non manca quella nota di dolente umanità che conferisce al personaggio la dimensione profonda senza la quale rischierebbe di somigliare a un eroe da fumetto. All’inizio era la sua sofferta avversione per le tante ingiustizie del mondo, soprattutto del suo; l’insofferenza per ogni forma di burocratismo ottuso e ipocrita; la compenetrazione fraterna con ogni forma di emarginazione. Nelle ultime opere, poi, c’è la personale malinconia per il fluire del tempo e l’inesorabile approssimarsi della decadenza fisica. Ma il personaggio non è fatto per gli abbandoni del cuore e l’ironia, mai amara o frustrante, lo rimette sui binari consueti del suo virile pragmatismo, che è sostanziale accettazione attiva e vigile dell’esistenza. Nel romanzo “La pista di sabbia” tutto comincia con la morte violenta di un cavallo. Montalbano indaga da par suo, senza alcuna necessità professionale, spinto solo dall’indignazione che suscita in lui la cinica indifferenza di fronte alla sofferenza inflitta a un essere vivente, uomo o animale che sia. Gli si rivela così il mondo delle corse dei cavalli, con gli aspetti affascinanti delle competizioni equestri, specie se si incarnano in una bella e focosa amazzone, ma anche con i profitti mafiosi delle corse clandestine, uno dei tanti modi di utilizzare ai propri interessi, con spietata ferocia, ogni vicissitudine di uomini e bestie. Anche qui in certi momenti balena la malinconia di un rendiconto con la vita, espresso magari con sorridente levità di tono, come quando Montalbano si blocca stupito nel bel mezzo di un dialogo di lavoro guardando gli occhiali da presbite che porta da un po’ l’amico e collega Mimì Augello e che egli prefigura prima o poi su se stesso. E poi c’è il rapporto con il sesso femminile che non è mai l’esperienza totalizzante a cui approdare pacificati, ma resta un dialogo spesso interrotto, talvolta dispettoso o sottilmente ambiguo. Ma poi Montalbano si siede davanti al mare con i piattini di pesce che la brava Adelina gli prepara e la vita torna nei suoi parametri di necessaria dialettica di dolore e gioia, magnanimità e crudeltà, nascita e morte su cui sorridere con filosofica pazienza con il viso sornione di Camilleri.

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