Di: Patrizia Andriola

Politiche di sviluppo e riforme dei mercati e delle istituzioni avviate e compiute nel corso degli ultimi tre lustri non sono state ancora in grado di creare le giuste condizioni per dare una svolta strategica al capitalismo italiano che versa tutt’oggi in uno stato di crisi persistente e radicato. Fabrizio Barca nel saggio intitolato “Italia Frenata” analizza le recenti tendenze economiche e sociali per spiegare i motivi della forte stagnazione economica del nostro Paese partendo dall’analisi dei fattori che nel dopoguerra consentirono all’Italia di partecipare all'”età dell’oro” dello scorso secolo: capacità imprenditoriali, giacimenti di conoscenza, ma soprattutto il “compromesso” tra forze politiche e culturali diverse.

Tuttavia i mercati oggi non sono ancora sufficientemente concorrenziali (specie dei servizi e dei capitali), assistiamo alla incapacità dello Stato nell’offrire o promuovere servizi collettivi essenziali e infine, nonostante i miglioramenti ottenuti nei tassi di scolarizzazione, lo Stato non è ancora in grado di assicurare competenze adeguate sia ai giovani sia alla popolazione adulta. Attualmente ciò che frena la produttività italiana, è proprio la mancanza di un compromesso nell’assetto istituzionale dei mercati, ovvero un’intesa di massima sul volto auspicabile per il nostro capitalismo, sulle regole del gioco che dovrebbero accomunare attori pubblici e privati, il cui conflitto e la cui cooperazione sono l’essenza del capitalismo stesso.

In un contesto di mercati poco concorrenziali e di Stato non capace, le imprese hanno sfruttato i giacimenti di conoscenza trovati, come fossero risorse scarse da cui estrarre una rendita ed è così che il capitale umano e fisso delle imprese si è andato depauperando, ovvero non è progredito in linea con l’evoluzione delle tecnologie, delle conoscenze e dei nostri competitors.

Ne deriva una scarsa mobilità sociale dovuta ad iniquità ed inefficienza e da un sistema che dà spazio a chi mette a disposizione i propri natali anzicché le proprie capacità.

Le ragioni di ciò risiedono anche nel nostro passato recente: l’errata politica economica degli anni ’70 e ’80 drasticamente interrotta nel 1992, la forte criminalità organizzata, le debolezze delle relazioni fiduciarie. E’ solo a partire dal 1995-1996 che in Italia si ha la «grande svolta», grazie alla politica economica per il Mezzogiorno definita la “nuova politica regionale” adottata dal 1998 in poi che ha determinato una ripresa di impulsi e natalità imprenditoriali, di innovazione e investimenti, di esportazioni e di produttività. Ma nonostante i progressi compiuti rimangono nel Mezzogiorno le quattro cause generali che spiegano l’esistenza del “freno”: scarsi progressi nei servizi collettivi, modesta qualità dell’istruzione, inefficiente mercato dei capitali, concorrenza inadeguata. La nuova politica di sviluppo regionale degli anni fra il 2000 e oggi ha sicuramente prodotto effetti positivi (si pensi ai notevoli progressi realizzati nell’attuazione di importanti riforme istituzionali settoriali, all’accresciuta capacità delle amministrazioni regionali di programmare le risorse e spendere i fondi comunitari), tuttavia risulta il permanere di una situazione insoddisfacente.

Le analisi svolte nel saggio, suggeriscono che il superamento della stagnazione attuale della nostra economia, non passa attraverso una nuova grande stagione di riforma, ma piuttosto attraverso l’attuazione e il completamento delle principali riforme dei mercati e dello Stato effettuate nell’ultimo quindicennio, ma soprattutto partendo da un modello interpretativo minimo condiviso. L’autore afferma che per togliere il freno all’Italia, è indispensabile un compromesso sui tratti del suo capitalismo, che dia a tutti gli interessi certezze su come partecipare (con quali azioni e con quali aspettative) al gioco dei conflitti e della cooperazione che è proprio del capitalismo. Il libro è una vera lezione per il futuro delle nostre politiche di sviluppo.

Link: il sito di Donzelli Editore – www.donzelli.it