Di: Patrizia Andriola

Cosa si cela dietro il baratro dei giovanissimi suicidi del profondo Sud argentino di Las Heras, una cittadina dove “il tempo è immobile, un fiume di pietra, e ciò che conta è drammaticamente altrove?”. Nel libro “Suicidi in capo al mondo”, Leila Guerriero racconta il mal di vivere di persone vicine alle loro speranze e al sogno di un futuro migliore, attraverso le voci di chi è rimasto nella piccola comunità. Da queste però non arrivano risposte chiare. C’è chi parla di sette sataniche, altri danno la colpa ai “troppi indios sepolti in zona”, ma prima di mettere in atto quella decisione fatale, c’è chi ha scritto che “la vita non ha senso, perché senza sogni non si può continuare a vivere”.

Sono stati in dodici. Tra il marzo 1997 e l’ultimo giorno del 1999 a Las Heras si sono suicidati dodici uomini e donne, ma quelli del 1997 non sono stati nemmeno i primi. E la lista ufficiale di quei morti non esiste. A Las Heras tutti sanno ma nessuno fa qualcosa. Né il comune, né la polizia, né l’ospedale, né l’anagrafe avevano ritenuto necessaria costruirla. Solo l’impresa di pompe funebri, guidata da una famiglia concittadina dei morti, aveva scritto nome, età, data, causa della morte e… tipo di bara. Ma ciò faceva semplicemente parte di un lavoro ben fatto.

La malinconia sociale di Las Heras, raccontata nel reportage di Leila Guerriero, conduce ai margini di una comunità che ti lascia senza sostegno e in un contesto sociale dove regna il silenzio e la freddezza, e dove si arriva alla perdita del senso della vita e al bisogno di attirare l’attenzione attraverso comportamenti autolesionisti ed estremi come il suicidio. Questa crudele ma avvincente storia della diffusa perdita dell’impulso vitale, raccontata al ritmo di un thriller, è sicuramente molto vicina ai mille non luoghi di alcune nostre realtà, dove la bellezza sbiadisce e la vita di ognuno può cambiare in un giorno.

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