Di: Sergio Palumbo

Adriana Pannitteri parte dal caso Welby, che ha lasciato un’eco profonda nell’opinione pubblica, non solo per la commozione che ha suscitato la sorte di quest’uomo, ridotto dal male a un tronco inerte, ma soprattutto per le accese polemiche seguite alla sua morte, da lui in tanti modi invocata e infine permessa, a onta dei divieti di carattere giuridico o religioso, da un coraggioso medico. Attraverso tanto altri casi analoghi, in cui la vita non si può più chiamare vita, perché di essa non ha alcuna prerogativa se non respirare, a volte esso stesso difficile, l’autrice pone il problema di fondo: è possibile, in caso di malati terminali, rifiutare cure che prolungano un’inutile e dolorosissima sopravvivenza? Non è difficile immaginare quali tesi si contrappongono: difesa a oltranza dell’esistenza, quale che essa sia o sia diventata e, dall’altra parte, rifiuto di una sopravvivenza coatta, in cui l’individuo si senta spogliato di ogni dignità umana oltre che di ogni diritto alla felicità e all’autodeterminazione.

L’intensa partecipazione dell’autrice alle mille vicende dolorose che racconta lascia immaginare quanto debba esserle costato raccogliere queste testimonianze, che consentono comunque di affrontare con un’ampia casistica il problema dell’eutanasia, mettendo a confronto le opinioni di medici, giuristi, politici. E’ un problema che i legislatori non hanno saputo o voluto affrontare, ma che è dovere del giornalismo militante e coraggioso porre con decisione all’attenzione della pubblica opinione, che spesso preferisce guardare altrove e dimenticare in fretta.

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