Di: Sergio Palumbo

L’ultimo romanzo di Camilleri è una sorta di favola sospesa tra realtà e mito, ambientata in quella Sicilia dove la grecità è scritta in ogni pietra e nelle memorie ancestrali di ogni contadino che dissoda quella terra. La storia di Gnazio, contadino e muratore, che sposa la bella Maruzza e con lei vive serenamente fino alla fine dei suoi giorni sarebbe una vicenda di ordinaria normalità se la donna non fosse una sirena, sia pure con tratti e caratteristiche umane, salvo in certi giorni in cui ha bisogno di ricongiungersi in qualche modo con quel mondo marino da cui proviene. Gnazio rispetta e asseconda la sua diversità quanto ama la sua tutta terrena e passionale femminilità. Se Ulisse chiudeva le orecchie al canto delle creature marine le cui attrattive ripugnavano all’uomo razionale, per il nostro inconsapevole antieroe esse sono una dimensione dell’esistenza, sulla cui materialità, serenamente vissuta, diffondono il dorato pulviscolo del mistero e del sogno. Così il loro canto, racchiuso in una conchiglia con il mormorio del mare, rende lieve la morte a un giovane soldato. Ma la prosa di Camilleri non ha nulla di patetico e posticcio sentimentalismo e nel suo consueto impasto di lingua e dialetto rende il senso di una perennità che affonda le sue radici in un passato per cui il mito si fa reale e il reale, senza sforzo alcuno, trascolora nel mito.

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