Di: Sergio Palumbo

Chi l’ha detto che un libro di Stefano Benni debba per forza far soprattutto ridere? Queste “storie di solitudine e allegria” dell’autore bolognese lasciano spesso l’amaro in bocca, sono storie di solitudini senza speranza, di solitudini che si incontrano, di tragedie personali o cosmiche, di felicità improvvise e inaspettate che cambiano la vita ridando gioia e forza di esistere.

Non è proprio il solito Benni, anche se il suo stile è inconfondibile, sempre godibilissimo e anche se alcuni racconti (come l’Orlando impellicciato o il Presepe vivente) sembrano riecheggiare atmosfere da Bar Sport. Ma è un Benni senz’altro più riflessivo, qualcuno potrebbe dire più triste, più cinico e disincantato.

I protagonisti dei racconti sono i più disparati: un cane, un magazziniere, un frate, un “Duce”, un camionista, un terzino, un imprenditore, un ladro… tutti che si muovono sul palcoscenico del mondo con i loro drammi interiori a cui solo pochi riusciranno a trovare una soluzione, ma tutti magistralmente narrati da Benni con il linguaggio a cui ci ha abituati, talvolta con l’ironia che ha caratterizzato e reso celebri i suoi libri precedenti, osservando ogni singolo microcosmo nella sua bellezza, nella sua unicità e, spesso, nella sua tragicità.

Brevi racconti, talvolta brevissimi, anche una sola pagina, con un finale mai scontato, che in alcuni è lieto e in altri no, tutti permeati della magia che contraddistingue lo stile di Benni, autore in grado di far appassionare alla lettura dei suoi libri anche i meno avvezzi, che restano incantati di fronte alla maestria con cui lo scrittore bolognese è in grado di giocare con la lingua italiana e di inventare personaggi così fantastici da sembrare reali.

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