Di: Sergio Palumbo

In questo “Diario di scuola” Daniel Pennac non si limita a raccontarci, con il sorridente distacco ironico che gli è proprio, le sue esperienze di scolaro irrecuperabilmente somaro, che si riteneva (ed era da tutti ritenuto) assolutamente incapace di qualsiasi futuro traguardo professionale. Con l’aiuto determinante di qualche insegnante diverso dagli altri, che ha saputo comprendere e valorizzare potenzialità ignorate o sottovalutate da tutti e dallo stesso interessato, lo studente pluribocciato riesce a laurearsi e a diventare a sua volta insegnante e, soprattutto, scrittore di successo. Ma, una volta seduto su quella cattedra un tempo tanto odiata, simbolo di autoritarismo professorale e di sconfitta inevitabile per lo scolaro refrattario, proprio la passata “somaraggine” diventa il punto di vista privilegiato per considerare in modo problematico proprio il comune concetto di insegnamento e la sua prassi consueta, cui tanto spesso, se non sempre, sono da imputare gli insuccessi di tanti studenti, respinti non dal sapere ma da certi modi discutibili di inculcarlo.

Pennac sarà, infatti, un insegnante diverso, che sperimenta modi diversi di far accostare i giovani, avversi come lui un tempo all’esperienza scolastica, al piacere insospettato e sorprendente di apprendere e di comprendere.

Non si pensi tuttavia a un saggio pedante e puramente teorico sui problemi della scuola, comunque di scottante interesse oggi che questa istituzione attraversa la gravissima crisi che ben conosciamo. I sistemi di insegnamento di Pennac hanno il piacevolissimo gusto di una scoperta continua, di un’esperienza vissuta giorno per giorno in un continuo contatto con i giovani, con le loro vivaci reazioni e il loro colorito linguaggio, colti con l’umana comprensione e spesso la fraterna tenerezza di un ex-somaro, che ha capito e perdonato la propria invincibile repulsione per la scuola solo quando ha individuato, da insegnante, le profonde carenze di quell’istituzione che solo la buona volontà dei suoi operatori può riformare dall’interno, non certo le mille contraddittorie riforme di legge, calate dall’alto da parte della autorità preposte.

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