Di: Sergio Palumbo

“Il commissario Montalbano. Le prime indagini” raccoglie i tre romanzi in cui Camilleri concepì per la prima volta un giallo ambientato in Sicilia (impresa impossibile a giudizio di Italo Calvino) come una sorta di scommessa con se stesso, dando al protagonista il cognome che testimoniava la sua ammirazione per lo spagnolo Montalban. Ma quella che doveva essere solo una parentesi nell’attività del romanziere, impegnato in opere di ben altro genere, diventò, per l’enorme successo che il pubblico decretò subito al personaggio, il principio di una lunga saga imperniata sulle vicende di Salvo Montalbano. Tradotte in svariate lingue, le vicende del commissario di Vigata appassionano e divertono i lettori di tutto il mondo.

Montalbano è ormai uscito dal suo involucro cartaceo per diventare una vecchia conoscenza, un amico la cui compagnia piace e diverte. Qui dunque lo troviamo, al suo esordio, nel pieno della sua vigoria professionale e affettiva, innamorato della sua attività non per arrivismo (un’eventuale promozione lo atterrisce) ma per esplicazione di intelligenza e di un senso di giustizia così forte da spingerlo, a volte, ad agire ai margini della legalità – lui uomo di legge – in nome di un più alto sentimento della legge. Niente gli è più ostico della retorica dell’eroismo e anche quando rischia la vita lo fa come chi affronti un’eventualità di routine, senza alcuna pretesa di eccezionalità. A volte, la sua avversione per la facciata di pubbliche virtù che copre vizi privati è così forte da farlo reagire con cattiveria, con una punta quasi di sadica voluttà nello strappare maschere e scoprire altarini.

Ma Montalbano non è uno stacanovista del mestiere: la sua filosofia di vita non disdegna i piaceri più immediati e carnali quali una bella mangiata e una vigorosa nuotata, sane abitudini di un sano senso del mondo, di una moralità che rigetta ogni moralismo.

Del resto, Montalbano ha anche le sue fisime e i suoi difetti: testardo, scontroso, infantilmente geloso ma insofferente nei confronti di vincoli troppo stretti che limitino la sua libertà, ci piace perchè forse ci somiglia, somiglia alla persona che siamo e al tempo stesso a quella che vorremmo essere.

Non potremmo concepire il personaggio creato da Camilleri prescindendo dalla sua sicilianità, strappandolo dallo sfondo di quel particolare paesaggio naturale e umano, con le sue miserie di sempre (povertà e mafia, pregiudizi e orgoglioso isolamento) e il fascino di una civiltà millenaria e composita, sedimentata nel suo linguaggio, nelle sue tradizioni, perfino nella sua cucina, su cui l’autore si sofferma con compiacimento da buongustaio e gusto da intenditore.

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