Di: Sergio Palumbo

L’ultimo romanzo di Andrea Camilleri con protagonista il commissario Salvo Montalbano ci sorprende ancora una volta, raccontandoci una delicata storia d’amore che, pur senza indulgere a mielosi luoghi comuni, riesce a commuoverci. Preparato da precedenti vicende che lo vedevano più meditabondo e talora malinconico, il Montalbano de “L’età del dubbio” è giunto a quel momento critico della vita in cui si tirano le somme e spesso ci si accorge che i conti non tornano. Livia è sempre lontana e il rapporto con lei è ormai piuttosto consunto e sfilacciato. La realtà intorno è sempre più ostica, con lo spettacolo dei poveracci gettati sulle spiagge dai mercanti di carne umana, derelitti che la carità di facciata non aiuta, mentre i pescecani continuano i loro intrallazzi con spietata violenza che l’ottusa cecità delle istituzioni, talora collusa o ipocritamente indifferente, non è sempre in grado di fronteggiare. E’ in questo difficile momento che Montalbano incontra la giovane donna di cui si innamora, ricambiato.

Ma la differenza d’età e l’oggettiva difficoltà del rapporto creano ai due mille patemi di coscienza e né l’attività investigativa, sempre vigile e intelligente, né la sempre vigorosa attività fisica riescono a ridare serenità all’animo del commissario. La conclusione della vicenda è amara, ma le note tragiche non appartengono alla penna di Camilleri. La vicenda amorosa, del resto, è narrata con tale pudore e levità di tocco che non solo la rendono tanto più intensa quanto meno insistita, ma la calano senza stridenti contrasti nella quotidiana realtà del commissariato vigatese, che l’autore ci descrive ancora una volta con divertita ironia, sicché alla commozione si alterna il sorriso o la franca risata, come è in fondo nella logica delle vicende umane.

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