Di: Alessandra Staiano

Tenero e dissacrante come solo l’amicizia tra ragazzini sa esserlo. Il Vangelo di Biff è un piccolo gioiello di umorismo e narrazione in cui l’americano Christopher Moore,la cui ironia provocatoria è tutt’altro che inferiore a quella degli assai più noti e pubblicati in Italia Vonnegut e Palahniuk, parte da una domanda tutto sommato legittima: ma cosa è successo in quei trent’anni prima che il Messia fosse il Messia? La risposta è affidata, lungo 580 pagine, che scorrono veloci nonostante la mole del romanzo, alla voce scanzonata e sincera di Biff.

Figlio di uno scalpellino ebreo, nato e cresciuto a Nazareth dove ha la ventura di diventare amico sin dall’infanzia di Gesù della cui madre Maria è innamorato neanche tanto segretamente, Biff sostiene di essere l’unico a sapere come siano andate le cose per davvero. Perchè lui c’era. Deve pensarla così anche qualcuno un po’ più in alto se, duemila anni dopo la sua morte, l’angelo Raziel va a resuscitarlo e lo costringe a scrivere il suo vangelo, chiuso nella stanza d’albergo di una grande città statunitense. Mentre l’angelo, che ha qualche problema a distinguere la realtà dalla finzione, si nutre di cibaccio e serie televisive, Biff ricostruisce la storia sua e di Gesù. Perché è ovvio che il figlio di Dio è sempre il figlio di Dio, ma è pur vero che quando vivi culo e camicia con il tuo migliore amico la storia dell’uno si confonde con quella dell’altro. Capita sempre così e succede anche a Biff e Gesù, impegnato a capire cosa significhi essere il Messia con dubbi più che comprensibili rispetto al suo destino. Nella ricerca, ovviamente, lo accompagna Biff. Letteralmente, visto che i due viaggeranno per diciassette anni sulle orme dei tre Re Magi, gli unici che qualcosa dovranno pur saperla, se si sono fatti migliaia di chilometri per venire a trovare un bambinello in fasce. Tra Afghanistan, Cina e India, Biff e Gesù vivranno in castelli, monasteri e grotte imparando filosofie, religioni e arti orientali – idea geniale dell’autore in tempi come questi segnati dal credo dello “scontro tra civiltà”.

Innamorati della stessa splendida e intelligente ragazzina, una certa Maddi, ma impossibilitati entrambi ad averla, per ragioni evidentemente diverse, Biff e Gesù vivono la loro amicizia per tutta la vita. E se per i primi trent’anni il lettore scoprirà cose inattese, si divertirà altrettanto grazie al comico e impudente “dietro le quinte” degli episodi evangelici più noti, connotato sempre da un candore disarmante. Perfetti i dialoghi: serrati, divertenti e, a volte, sorprendentemente illuminanti, predominano assolutamente su descrizioni di fatti e personaggi. E’ nello scambio di battute tra le tante figure del romanzo che si rivelano parole di verità come quelle di Gesù quando spiega che “l’amore non è qualcosa a cui si pensa, ma una condizione in cui si dimora”. Chi crede che Moore avesse avuto solo voglia di mettere alla berlina fedi e tradizioni, potrebbe anche ricredersi.

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