Di: Alessandra Staiano

Raffaele Cantone deve lasciare la sua stanza alla Procura antimafia di Napoli. Dopo otto anni da pubblico ministero alla DDA – limite massimo consentito dalla legge per ricoprire tale ruolo – sceglie di trascorrere l’ultima notte in ufficio. Un po’ per sistemare negli scatoloni tutte le sue cose, un po’ per riordinare idee e pensieri.

In questa lunga “nottata di congedo”, iniziata riponendo per primi i calendari e i crest delle forze dell’ordine che appaiono in tutti gli uffici di un pm, ricostruisce e racconta la sua esperienza in magistratura. Lo fa con tono pacato, senza enfasi, neanche quando testimonia delle preoccupazioni per le tensioni sulla sua famiglia via via che le misure di tutela andavano facendosi più serrate di pari passo alle attenzioni che i clan del casertano avevano deciso di dedicargli. Perché Cantone è il pm di gran parte delle inchieste da cui ha preso spunto Roberto Saviano per “Gomorra” e senza il successo planetario di quel romanzo il nome di questo magistrato sarebbe rimasto noto soltanto tra gli addetti ai lavori, tutt’al più tra i lettori delle cronache locali.

Raffaele Cantone non è un pm in cerca di visibilità mediatica, ma un magistrato che semplicemente ha fatto e fa il suo lavoro. Nel testo torna spesso sul concetto ‘anti-eroico’ dell’importanza di quella schiera di poliziotti, carabinieri, anche impiegati amministrativi, figure silenziose, che garantiscono la sicurezza delle persone sotto scorta come lui e il dipanarsi quotidiano dell’attività giudiziaria e che, citando l’autore, rappresentano “la spina dorsale invisibile ma tenace su cui si regge questo paese”. Di tanti di loro fa nome e cognome, raccontandone le storie, così come del sindacalista Federico Del Prete, ammazzato dai casalesi perchè denunciava il racket dei clan nei mercati tra Mondagrone e Casal di Principe, tacendo invece i nomi di personaggi collusi e assicurati alla giustizia, forse per pudore, forse per evitare di dare loro anche un minimo di notorietà.

Già dalle inchieste sui reati economici, come quella sulla compagnia assicurativa greca Themis, alle quali Cantone viene assegnato al suo arrivo in Procura, l’autore scopre la pervasività del sistema e della mentalità camorristica. E non potrebbe essere che così per un uomo nato e cresciuto a Giugliano, grosso paese dell’hinterland a nord di Napoli dove la camorra è tutt’altro che invisibile.

A tratti didascalico, come quando illustra al lettore le componenti in cui si divide la magistratura e le funzioni dell’uno e l’altro organismo giudiziario, Raffaele Cantone non abbandona mai nel racconto il rigore di magistrato e di studioso del diritto. E affida a tutti i lettori quello che è forse l’interrogativo cruciale non solo del suo libro: “ma non è forse proprio questa una delle ragioni principali della forza del potere camorrista, ossia la sua capacità di coinvolgere pezzi di quella società civile che, secondo una visione manichea, dovrebbe invece stare interamente dalla parte opposta?”.

L’ultima cosa che metterà via prima di andare a Roma, dove lo attende il nuovo incarico al Massimario della Corte di Cassazione, è la toga. Regalata dalla madre all’inizio della sua esperienza e ora consumata in più punti a furia di averla indossata in tanti processi contro i clan più feroci della Campania.

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