Di: Sergio Palumbo

“Natura infedele” è uno svagato florilegio di ricordi che affiorano alla memoria in modo altalenante e casuale, senza precisi nessi cronologici e per certi versi, neppure emotivi, suggeriti qua e là da un luogo, un’immagine fotografica, un’estemporanea associazione mentale. Ma questi sparsi tasselli ricostruiscono il puzzle abbastanza definito di un’esistenza femminile, quella della protagonista.

La morte prematura del padre, la sorella drogata, una madre volitiva ma poco incline alle tenerezze, l’abbandono dell’unico uomo amato e tuttavia allontanato dalla sua natura infedele, in capace di dominare gli istinti o di assumersi responsabilità: le tappe salienti della vita di Renata, con le reazioni che suscitano, configurano una personalità abulica, che si abbandona passivamente al flusso degli eventi e alle spinte di un’indole pigra e incostante, incapace di perseguire consapevolmente un progetto concreto di porsi davanti un qualunque traguardo ideale. Sul dipanarsi della memoria si diffonde così un malinconico senso di noia esistenziale senza rimedio, che invano le squallide avventure erotiche della protagonista cercano di esorcizzare, ma anche in questo senza troppo impegno e senza mai uno scatto di volontà che lascia intravvedere una catarsi possibile.

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