Di: Alessandra Staiano

Fingersi morti per assumere un’altra identità e vivere una nuova vita non è certo una novità. Almeno in letteratura. Pirandello col suo Mattia Pascal docet. Stavolta il Baptiste Bordave della sempre pungente Amélie Nothomb prende i panni di Olaf Sildur, trasformandosi da un anonimo impiegato parigino in un misterioso uomo svedese impegnato in affari oscuri che non si chiariranno fino alla fine del libro.

L’imprevisto irrompe nella vita di Bordave quando lo svedese, parcheggiata la sua lussuosa Jaguar, bussa alla porta del francese chiedendogli di fare una telefonata perché ha l’auto in panne. Morirà al telefono stroncato da un infarto. Baptiste Bordave, suggestionato anche da una conservazione avuta poche sere prima con un altro sconosciuto, non denuncerà l’episodio ma si impossesserà della vita del morto. Che ha una villa meravigliosa a Versailles e una moglie giovane e affascinante, abituata a nutrirsi dei migliori champagne del mondo. E’ lei l’altra grande protagonista del romanzo, dove il culto delle bollicine ha un ruolo primario.

Causa di forza maggiore è, infatti, soprattutto il racconto di un incontro tra un uomo e una donna, del loro conoscersi oltre le identità precostituite, in un gioco di disvelamenti nato da una finzione. Vitale. Perché, come sottolinea il protagonista in uno dei tanti dialoghi che costituiscono la vera struttura del libro: “Bisogna far entrare delle finzioni nella vita. Come i bambini. Provoca conseguenze interessanti”.

Rarefatta l’atmosfera, ben cadenzato il ritmo, Causa di forza maggiore lascia irrisolti gli interrogativi del noir che pure è, lasciando aperte altre domande nell’animo del lettore, grazie alla penna avvincente di una delle scrittrici più interessanti del panorama internazionale.

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