Di: Sergio Palumbo

Una poverissima famiglia di pescatori, per sbarcare il lunario, manda il proprio figlio a pascolare le capre in montagna. E’ dura per l’adolescente lasciare la famiglia, gli amici, l’amato mare che col suo familiare rumore ha cullato la sua infanzia. Ma, a poco a poco, scoprirà il fascino del profondo silenzio dei monti e la solitudine di quella vita fuori dal mondo si riempirà dei mille incanti di cui la natura sa essere prodiga e della presenza di altre vite che, insospettatamente, pur non appartenendo al novero dell’umano, possono suscitare emozioni e affetti che realizzano pienamente l’umano.

L’idillio tra il giovane mandriano Giurlà e la capra Beba non ha nulla di morboso, ma appare come la naturale tappa di un processo di naturalizzazione fisica ed emozionale che conduce alla consapevolezza piena dell’amore e del dolore, di sé e dell’altro, senza la quale non si diventa uomini.

C’è in questa vicenda la semplicità e l’innocenza della natura, là dove questa ha già in sé qualcosa di umano, mentre l’umano è docile alle spinte istintuali di una sana naturalità, senza mistificazioni o vani sofismi. Camilleri si avvicina così, in questa trilogia da lui considerata il meglio della sua produzione letteraria (che oltre a “Il sonaglio” include “Maruzza Musumeci” ed “Il casellante”), alle radici mitiche di cui la sua terra è impregnata, riscoprendo la perenne validità del loro significato.

L’uso del dialetto siculo, come nelle storie del commissario Montalbano, uso di cui l’autore è maestro, rende più sapida la narrazione e ne sottolinea il realismo, radicato in quel mondo contadino e pastorale che la civiltà ha rinnegato, ma che conserva intatto il suo fascino fuori dal tempo.

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