Di: Sergio Palumbo

E’ impressionante vederlo dominare da solo la scena per quasi tre ore, questo signore di ottantatrè anni la cui alta figura esprime un vigore che non è solo corporeo, ma nasce da dentro e fiammeggia nei nobilissimi occhi. E’ impressionante perché la performance di Dario Fo coinvolge ogni facoltà dell’attore, la cui gestualità e impostazione vocale devono da soli ricostruire ogni elemento dello spettacolo mimando ruoli, evocando scenari, suggerendo sviluppi di un canovaccio infinito, che dal lontano passato confluisce nel presente, Storia con la maiuscola o spicciola quotidianità. La passione sottesa a questa eccezionale prestazione è quella che ha animato l’intera vita artistica di Fo: la lotta contro l’arroganza del potere in tutte le sue forme, manifestazioni e mimetizzazioni. Smascherare l’ipocrisia dei papi che non riconoscono più Cristo neppure se lo incontrano, la prepotenza dei signori che possono stuprare donne impunemente perché un luminare del foro dimostrerà incontestabilmente che la colpa è della stuprata, l’ingombrante avidità dei ricchi i cui pesanti mantelli possono diventare ali per volare alto sulla miseria dei tanti “Zanni” dalla spropositata e inestinguibile fame: è questo da sempre il leit-motiv dell’opera del commediografo lombardo.

In “Mistero buffo” Dario Fo si fa giullare multiforme ed evoca episodi biblici e farse popolari, rielaborando testi religiosi anticonformisti del Medioevo e documenti del teatro popolare sia di regioni italiane che di altri paesi. Coglie così nel suo autentico farsi la nascida della “commedia dell’arte” che si reinventa a ogni recita, adeguandosi ogni volta alla più immediata contemporaneità ed avendo come filo conduttore l’ironia dissacratoria del giullare. Questi non è l’attore come espressione di una cultura che elabora testi e ruoli da imporre al pubblico, ma è in continuo dialogo con quel pubblico cui vuole in qualche modo dar voce e gesto, facendosi interprete di una controcultura popolare che ha il linguaggio multiforme delle plebi con i loro dialetti e il loro demistificante buon senso, foriero di una religiosità più autentica di quella ufficiale. Così l’autore-attore da quarant’anni monta e reinventa in modo sempre diverso il suo “Mistero buffo”, mescolando in un irresistibile balletto farsesco eventi e personaggi del passato e del presente, fondando linguaggi e dialetti in un mix scoppiettante di intelligente ilarità. E’ questo originale sistema espressivo il Grammelot, in cui la maggior parte dei suoni imita in forme onomatopeiche le cadenze tipiche delle diverse lingue, inventato dagli antichi giullari e comici dell’arte anche per sfuggire alle sanzioni censorie del potere dominante.

Tuttavia, malgrado il conio giullaresco dello spettacolo, la sua ironia sferzante non scade mai nella volgarità, cui purtroppo ci ha abituati tanta produzione comica attuale. Ciò toglierebbe vigore e dignità a quella passione morale e civile che nella risata ha il suo mezzo più antico per castigare i costumi, perciò questa non può essere mai fine a se stessa. Ma il pubblico dell’Arena Flegrea, gremita, lo stesso ride di cuore ad ogni gag, rispondendo ad ogni garbata provocazione, ad ogni stimolo ironico del signore ottantatreenne che da solo riesce ad intrattenerlo, divertendolo e dandogli infiniti spunti di riflessione.

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