Di: Sergio Palumbo

Con “L’amore del bandito” Massimo Carlotto firma un noir intenso, dai risvolti imprevedibili. La trama dell’intricata vicenda è tutta giocata sui consueti grovigli di interessi in conflitto tra bande rivali, acuiti dall’odio etnico tra mafia serba e mafia kosovara, in un nord-est italiano in cui si muovono ricchi drogati, prostitute di lusso, poliziotti corrotti e tutto un sottobosco di delinquenza importata dall’est balcanico o dal Nordafrica.

Ma i protagonisti della storia, l’Alligatore (alias Marco Buratti) e i suoi due amici Max e Beniamino, pur essendo persone che agiscono spesso ai margini o decisamente fuori della legge, sono figure assolutamente originali in questo desolante panorama di depravazione e violenza.

Tirati a forza in una losca situazione che mette in pericolo la loro vita e distrugge l’esistenza della donna legata a uno di loro, sanno ideare un piano abilissimo per salvare la pelle e vendicare il torto subito. Ma, pur nella violenza dei mezzi, nel loro agire c’è qualcosa di donchisciottesco che li distingue dalla delinquenza circostante e li ricollega a un passato che sapeva preservare cavallerescamente le donne e gli indifesi e vendicarne gli abusi patiti.

In un mondo dove tutti ingannano tutti, in dispregio di ogni legame di sangue e di affetto, i nostri protagonisti che rischiano la vita per amicizia o per amore sono figure simpaticamente anacronistiche, che riscattano il senso dell’umano in un contesto belluino di vizio e di degradazione.

Le cupe atmosfere che fanno da sfondo alla vicenda sono rese magistralmente dall’autore, anche in virtù del linguaggio rude e brutale, specchio di una realtà che ha smarrito, perfino nella parola, il decoro e la dignità umana.

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