Di: Sergio Palumbo

Bruno Dante, dopo un tentato suicidio (non il primo), viene rinchiuso in una clinica per disintossicarsi dall’alcool, da cui esce in anticipo perché il padre, Jonathan, è in fin di vita. Dopo l’ultimo saluto a un padre ingombrante, scontroso, temuto quanto amato, dotato di un talento tanto grande quanto sprecato in nome del facile guadagno derivante dalla scrittura di sceneggiature hollywoodiane, inizia il viaggio di Bruno, accompagnato dal cane del padre, Rocco. Nel suo viaggio, Bruno stringerà amicizia con una baby prostituta, finirà ubriaco sul letto di un motel a mangiare biscotti e a bere vino, troverà perfino lavoro come venditore per un’agenzia matrimoniale.

Eppure Bruno, un tempo, aveva altre aspirazioni: la poesia, ad esempio. Ma anche lui, come il padre, ha sprecato il proprio talento per il guadagno facile del telemarketing. Ma dentro di sé ha ancora tanta generosità, tanta passione e tanto amore per il padre, di cui vorrebbe gridare al mondo l’immenso talento, e di cui vorrebbe far leggere a tutti il suo capolavoro, “Chiedi al vento” (vi ricorda qualcosa?).

Del padre John, Dan Fante ha sicuramente ereditato la sincerità e l’immediatezza che ne hanno contraddistinto l ‘opera. L’accostamento a Bukowski è inevitabile. Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante l’autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che lo traghetterà da un folle autolesionismo verso la speranza di un domani migliore, quasi come una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finché il nostro Dante non uscirà a riveder le stelle, scoprendo che anche l’oceano è “di un blu che non avevo mai notato prima”.

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