Di: Sergio Palumbo

“Mio padre adorava questa città… Ed anche io”. Dopo tredici anni dall’ultimo concerto napoletano del padre, Cristiano De Andrè porta il proprio rodato e fortunato tour in un Palapertenope gremito dove (almeno) tre generazioni si ritrovano ad emozionarsi per la poesia in musica del grande Fabrizio De Andrè.

Il concerto parte con un tributo alla lingua genovese (Mègu Megùn), seguita da ‘A Cimma e, quindi, dai saluti, durante i quali Cristiano racconta come è nata l’idea del tour: dopo i tanti tributi al padre, gli sembrava quasi doveroso lasciare una testimonianza, anche se, proprio perché era suo padre, ci voleva ancor più coraggio. Per fortuna, il coraggio l’ha trovato, anche grazie all’ottimo supporto di Luciano Luisi, con il quale ha riarrangiato diversi brani del padre “per portare il concerto verso le mie corde”. I riarrangiamenti impattano soprattutto sulle introduzioni e sulle code dei brani, dando ad essi un’impronta molto personale, ma, in ogni caso, all’insegna di un profondo amore e rispetto per la musica del padre.

Dopo i saluti, è il momento di Ho visto Nina volare, seguita dalla celeberrima Don Raffaè, alla fine della quale Cristiano chiede scusa per l’accento (“Lui era più bravo”) ed introduce l’unico brano scritto con il padre, la toccante Cose che dimentico, cui segue Smisurata preghiera, forse il vero testamento morale del padre Fabrizio. Uno dei momenti più magici del concerto è l’emozionante interpretazione di Verranno a chiederti del nostro amore, che Cristiano esegue da solo sul palco. Molto interessante l’idea di eseguire in medley Andrea, La cattiva strada e Un giudice, mentre si susseguono brani di epoche e di album differenti: Creuza de ma, Fiume Sand Creek, La collina, La canzone di Marinella, Amico fragile, fino ad arrivare ai bis: Zirichiltaggia e la commovente La canzone dell’amore perduto, che chiude un concerto suggestivo, ricco di ricordi e di emozioni, che sarà davvero difficile dimenticare.