Di: Sergio Palumbo

Bisogna essere profondamente innamorati di un artista per entrare così al vivo nel suo mondo, ripercorrendo itinerari da lui battuti più di un secolo prima, attivando a tal punto la fantasia  evocatrice da risuscitare persone, luoghi, fatti come se li si fosse amati e conosciuti, anziché soltanto esaminati e studiati. Alan Zamboni riesce a oggettivare le sue emozioni davanti alla grande pittura di van Gogh scrivendo una sorta di romanzo che ha l’andamento di un giallo. Un io-narrante, alter ego dell’autore, un anno dopo il suicidio del pittore va alla ricerca del suo ultimo quadro, ma soprattutto della soluzione del mistero della sua morte e della sua vita, che è lo stesso che voler risolvere l’eterno mistero dell’arte e del genio.

L’appassionata ricostruzione degli ultimi istanti di vita di Vincent lascia il lettore col fiato sospeso proprio come in un giallo d’autore, in cui la suspense nasce non dai fatti ma dalle atmosfere inquietanti, dalle parole non dette, dalle presenze intuite, dai tempi sospesi.

Salvo alcuni particolari chiaramente indicati dall’autore, persone, fatti e luoghi sono rigorosamente storici. E’ questo il fascino del libro di Zamboni: verità storica che sembra frutto di fantasia, realtà che pare romanzo perché, filtrata dalla passione artistica, si adombra di mistero e di quell’afflato dell’anima da cui nasce la poesia.

Completa l’opera un CD contenente un vero e proprio concept album, Vincent, sempre a firma Zamboni, interamente dedicato al pittore olandese.

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