Di: Sergio Palumbo

Nei racconti di Andrea Camilleri raccolti in questo volume Vigàta è il palcoscenico su cui si agita la più varia umanità. Ci sono mogli cosiddette esemplari della cosiddetta buona borghesia avide in realtà di sesso e di denaro e pseudo-veggenti per sbarcare il lunario che scompigliano i piani dei bricconi e ridanno il sorriso a dei poveri cristi. Bricconi e bricconcelli ordiscono le loro trame e a mandarle all’aria potrebbero bastare e talora bastano un leone svagato che perde il pelo o un ragazzotto innamorato. Un vecchio professore getta all’aria un’inutile vita di rinunce per la felicità di un istante d’amore e di un giro di giostra. Un comunista arrabbiato diventa un assiduo consumatore di rosari: miracolo o tiro mancino di un burlone capace di chiudere la vita con una feroce risata? E che dire del pio benefattore di mariti sterili che prodiga il suo seme con la scrupolosa precisione di un professionista e il disinteresse di un missionario? Sullo sfondo le eroicomiche smargiassate dei gerarchetti di turno, animati dagli stentorei proclami di glorie militari che avrebbero suscitato la tragica ilarità della storia.

Il campionario umano di Vigàta diventa il paradigma di un macrocosmo che, al di là della Sicilia e della nazione, individua tipi, eventi, significati in cui si specchia il caleidoscopico, crudele, inimitabile flusso dell’esistenza. Il linguaggio particolare cui Camilleri ci ha abituato, lungi dal costituire una limitazione dialettale, acquista in certo qual modo un significato metaterritoriale e metatemporale, per cui Vigàta si accampa nell’immaginario collettivo come assoluta metafora della vita.

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