T E A T R O T A S S O
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Cartellone di Prosa 2014 – 2015

Sabato 6 e Domenica 7 Dicembre 2014
A RUOTA LIBERA…IL VARIETA’
Regia Vincenzo Ricci
Guglielmo Capasso,Marco Venezia ,Giorgio Gori e partecipazione di Chatrin Ponticelli e Carmen Marselli

Sabato 24 e Domenica 25 Gennaio 2015
Compagnia “Abbiamo appena cominciato”
I FANTASMI DEL ’43
Testo e regia Raffaele Bovenzi
iberamente tratta dal romanzo:”Il giorno prima della felicità”di Erri De Luca

Sabato 7 e Domenica 8 Febbraio 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
LA TEMPESTA
di William Shakespeare
regia Giampiero Notarangelo

IL Sabato 28 Febbraio e Domenica 1 Marzo 2015
Compagnia Do.Te
BERRETTO A SONAGLI
Luigi Pirandello
regia Ciro Fiengo

Sabato 4 e Domenica 5 Aprile 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
GESUALDO DA VENOSA
dramma in due atti di Anna Ortolani
regia Giampiero Notarangelo

Sabato 30 e Domenica 31 Maggio 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
IL GABBIANO di Cechov
regia Giampiero Notarangelo

ABBONAMENTO 6 SPETTACOLI Euro 50 (biglietto 12 Euro)

Sabato 6 e Domenica 7 Dicembre 2014
A RUOTA LIBERA…IL VARIETA’
Regia Vincenzo Ricci
Guglielmo Capasso,Marco Venezia ,Giorgio Gori e partecipazione di Chatrin Ponticelli e Carmen Marselli

con Guglielmo Capasso, Marco Venezia , Giorgio Gori
Con la partecipazione di Chatrin Ponticelli e Carmen Marselli

SCHEDA DI REGIA
Tre imbranati attori, ormai sull’orlo del fallimento decidono di rimboccarsi le maniche e ripartire da zero. Studiano e scrivono un nuovo varietà. Un viaggio nel tempo nell’avanspettacolo degli anni 60 e 70. Un susseguirsi di sketch nazionali omaggiando Gino Bramieri, Achille Campanile, Walter Chiari, Luciano Salce, Ric e Gian e il mai ricordato Stefano Satta Flores condito con passaggi sonori grazie alle canzoni mai dimenticate di Caterina Caselli, Fred Bongusto e Quartetto Cetra. Un due ore di spettacolo in allegra e divertimento ben giostrato dai tre protagonisti con tempi comici veloci e con la giusta esecuzione di battuta: Giorgio Gori Guglielmo Capasso e Marco Venezia.

Sabato 24 e Domenica 25 Gennaio 2015
Compagnia “Abbiamo appena cominciato”
I FANTASMI DEL ’43
Testo e regia Raffaele Bovenzi
iberamente tratta dal romanzo:”Il giorno prima della felicità”di Erri De Luca

Don Gaetano è il portiere di uno stabile di Via Toledo nella popolosa Napoli degli anni 50;
da lui Salvatore minuto orfano senza padre e madre, apprende l’arte di vivere e crescere in una Napoli da poco uscita da una guerra terribile.
Salvatore cresce con i racconti di Don Gaetano e si appassiona alla storia dell’ebreo nascosto dal custode in un rifugio del palazzo; così la storia delle “4 giornate di Napoli” diventa il filo conduttore degli insegnamenti di Don Gaetano ed il filo conduttore dello spettacolo.
La crescita di Salvatore si completa nel finale tragico della commedia: cresciuto con il desiderio di amare una ragazza conosciuta da bambino, quando questo sogno si realizzerà la vita di Salvatore cambierà per sempre.
Nelle scene d’amore, sostituite da un armonioso balletto, nel duello all’ultimo sangue del finale, nelle scenette comiche dell’inquilino del palazzo, nella avvincente storia delle 4 giornate di Napoli questo spettacolo vi appassionerà regalandovi momenti di intensa emozione, raccontandovi una storia mai vista prima a teatro, quella di Don Gaetano, l’ Ebreo e Salvatore legati da un comune destino: vivere intensamente “il giorno prima della felicità” . Quasi sempre le compagnie teatrali amatoriali (specialmente quelle del sud – che ereditariamente hanno una ampia scelta di copioni dal sicuro successo) mettono in scena commedie del repertorio classico napoletano ed italiano.
Commedie insomma viste e riviste, interpretate e rappresentate da grandi e piccoli attori.
Noi vogliamo mettere in scena un copione “nuovo”, un progetto nato dalla trascrizione di un famoso libro, e trasformato in commedia con personaggi e interpreti.
Questa commedia, mai recitata prima, dopo la prima stesura continua a coinvolgere tutta la compagnia in una lavoro di creazione e collaborazione e si perfeziona, giorno dopo giorno, grazie alla preziosa collaborazione del gruppo di persone che vi partecipano, che con passione, dedizione e vero spirito di sacrificio, due volte alla settima, gratuitamente mettono il loro tempo e la loro esperienza per il successo dello spettacolo.

Sabato 7 e Domenica 8 Febbraio 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
LA TEMPESTA
di William Shakespeare
regia Giampiero Notarangelo
Quando scrive “La Tempesta” Shakespeare ha 47 anni. Il ciclo delle grandi tragedie è concluso; la fama e l’agiatezza sono raggiunte e il poeta prende congedo dal palcoscenico; prima di farlo si volge indietro e compendia se stesso e il proprio cammino artistico nell’immagine di Prospero, il mago “bianco” che ha tenuto sotto il potere magico del suo genio la materia tragica, e alla fine, gettando la bacchetta e mettendo così fine al mondo magico, la sua favola dice di una libertà riconquistata; e, come Ariele, dopo aver suscitato musiche e incanti, apparenze mostruose e terrori, guida gli uomini, prima resi folli poi fatti rinsavire, al compimento di un disegno benigno, così Prospero/Shakespeare, ricomponendo un ordine sconvolto, riconsacra la legittimità di un potere, restituisce al duca non più mago il suo ducato, e mette fine all’inimicizia tra Milano e Napoli con le nozze di Ferdinando e Miranda; così il selvaggio e mostruoso Calibano esce di scena con parole di tale saggezza che Prospero può dire di lui: “Riconosco come mia questa creatura”. In verità, Calibano non è il mostro favoleggiato dal mito o dalla favolistica di tutti i tempi, dal Minotauro a Frankenstein. Se nel gesto di Prospero che getta il manto e spezza la bacchetta si riconosce il drammaturgo che, dopo aver dato vita nel suo mondo immaginario e fatto muovere sulle scene centinaia di personaggi, si congeda dal teatro, in Calibano si riconosce il poeta che guarda in retrospettiva la sua formazione e ne denuncia, con un atto di autocritica, le manchevolezze. Perché Calibano, nella sua bruttezza fisica e morale, è poeta. Quando descrive al marinaio Stefano le bellezze dell’isola, Calibano dice: “… L’isola è piena di questi sussurri, / di dolci suoni, rumori, armonie…/ A volte son migliaia di strumenti / che vibrando mi ronzano agli orecchi; / altre volte son voci sì soavi, / che pur se udite dopo un lungo sonno, / mi conciliano ancora con Morfeo, / e allora, in sogno, sembra che le nuvole / si spalanchino e scoprano tesori / pronti a piovermi addosso; ed io mi sveglio / nel desiderio di dormire ancora”. Se non è poesia questa… E il mostro-poeta è lui stesso, Shakespeare. Calibano simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio… Prospero che inizia Calibano alla parola è lo stesso Shakespeare che trasforma in opera letteraria, ancor prima del linguaggio, l’ispirazione di questo mostro; Calibano simboleggia cioè tutta quella parte dell’opera shakespeariana che, popolata da mostri com’è, può apparire essa stessa mostruosa. Shakespeare non ne contesta la qualità poetica, ma individua in essa un elemento di disordine, di violenza e confusione morale, che condanna come “mostruoso”. L’ultima tappa di Shakespeare non è la drammaturgia di prima: va più in là, non rappresenta più ma osserva il ricomporsi di un equilibrio della normalità, quella pace serena che sembrava persa per sempre. “Gli incantesimi sono finiti”- annuncia al pubblico l’Epilogo, che propone così una fondamentale fiducia nell’uomo, nelle forze elementari e ragionevoli che governano la sapienza umana. Prospero/ Shakespeare è l’uomo dell’Umanesimo e del Rinascimento.

IL Sabato 28 Febbraio e Domenica 1 Marzo 2015
Compagnia Do.Te
BERRETTO A SONAGLI
Luigi Pirandello
regia Ciro Fiengo
Con Ciro Fiengo, Laura Pagliara, Stefano Aloschi, Michele Maria Lamberti, Manuela Zara, Paola Neri, Annamaria Satta e Angela Pellino.
Regia di Ciro Fiengo.

Mettere in scena un testo di Pirandello è da sempre e per chiunque un impegno di responsabilità, specie se il testo in questione, caposaldo della drammaturgia del Maestro, è Il Berretto a Sonagli.
Il senso di responsabilità che ne deriva è grande e per certi versi difficile da gestire.
Il Berretto a Sonagli, testo del 1917, è per significato ed interpretazione ancora attualissimo e ciò è ravvisabile non tanto nella forma di scrittura teatrale, bensì nelle radici stesse del pensiero pirandelliano, capace di analizzare minuziosamente il più recondito aspetto della natura umana. “A’ birritta cu ‘i ciancianeddi” Pirandello la scrisse per Angelo Musco, in siciliano. La successiva versione in lingua non si discosterà solo per mere ragioni linguistiche. Musco, infatti, metterà in scena la commedia risaltando soprattutto i suoi aspetti comici, in disaccordo col maestro che avrebbe già voluto rappresentata quella natura umana, natura incerta e contraddittoria che sarà scenario delle rappresentazioni successive.
Uno scenario dalle mille facce, contraddittorio, inetto, che dà ben conto al “parere” piuttosto che all’essere. Ebbene, non c’è niente di più vero nei tempi che viviamo e nulla cambierà nei tempi a venire, se non le modalità in cui mostrare e districare i fili del nostro “pupo”.
Ho scelto di mettere in scena il Berretto a Sonagli, non solo per la bellezza ed il fascino del testo, a me molto caro, ma soprattutto perché credo sia il momento giusto per rappresentarlo, se veramente esiste un momento più azzeccato rispetto agli altri per mettere in scena un testo dalla forza del significato così universale. Il momento giusto, dunque, per me e per gli attori della mia compagnia, che avremo la possibilità di misurarci con uno dei testi più belli della drammaturgia italiana, da giovani attori e amanti del teatro quali siamo, ed anche per l’umile rispetto nei riguardi del testo e del teatro stesso.
Un teatro in crisi, in cui il Teatro e l’Arte sono in crisi, fa comodo alle nostre Istituzioni, e VA BENE a noi, perché il Teatro in crisi e di conseguenza il Teatro che rinasce dalla crisi, dà il meglio di sé, proprio perché non agiato sugli allori di facili privilegi, dunque un Teatro pieno di lavoro, fatica e impegno. In misura di ciò ho scelto di non semplificare la rappresentazione in facili artefici scenografici e di non modificare il testo per situazioni di comodo ma di rispettarne in pieno la natura, senza de-contestualizzazioni, per scavare a fondo ogni personaggio, ogni situazione e ogni significato, anche il più nascosto.
Del resto il teatro è, da sempre, la Crisi per eccellenza, nel senso greco del termine, il Crinein greco, il dividere … il separare.
Dunque, cos’è il teatro? Cos’è quella tela che si alza, se non la magica separazione tra finzione e realtà?

Sabato 4 e Domenica 5 Aprile 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
GESUALDO DA VENOSA
dramma in due atti di Anna Ortolani
Musiche di Carlo Gesualdo da Venosa
regia Giampiero Notarangelo
La piece si basa sulla vita tormentata dell’ insigne musicista  napoletano, autore di madrigali, mottetti , sacrae cantiones, e di un Miserere composto prima della sua  morte nel 1613. Il grande musicista che è ricordato con una modesta lapide nella Chiesa del Gesù,  fu per secoli dimenticato finché non fu riscoperto nei primi anni del 1900  da Igor Stravinsky che vide in lui un precursore della musica moderna.
All’inizio è stata la musica , poi la sua vita. Con Carlo Gesualdo da Venosa convivo da almeno vent’anni scandagliando biografie, lettere autografe e madrigali , visitando i luoghi dove ha vissuto: Palazzo di Sangro di Torremaggiore, il Castello di Gesualdo e quello di Venosa, nonché il palazzo dove ha abitato a Ferrara. Ho estratto dettagli della sua vita che potevano sembrare insignificanti ma che aggiungendosi agli altri componevano il complesso puzzle che mi ha aiutato ad interpretare per quanto possibile l’indole e il carattere del grande musicista napoletano, un uomo sfuggente, introverso, misterioso, estremamente attento a non far trapelare nulla dei suoi intimi pensieri.
Niente è certo della sua vita, neppure data e luogo di nascita, troppe leggende sono sorte intorno al delitto della moglie e dell’amante, episodi oscuri alimentati da cantastorie, cineasti e scrittori . Mi sono avvicinata a questo grande genio con umiltà,soffermandomi sul suo travaglio interiore e i suoi rimorsi dopo i delitti della moglie Maria D’ Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa d’ Andria, che certamente ha ordinato ma ai quali forse non ha neppure partecipato. Educato in una famiglia severa e cattolicissima (la madre era sorella del Cardinale Carlo Borromeo, futuro santo), protettore dei Gesuiti sulle orme del padre, deve aver vissuto quel delitto come il più imperdonabile dei peccati.
Dopo il Rinascimento Carlo Gesualdo è stato dimenticato per diversi secoli finché fu riscoperto da Stravinsky, suo grande ammiratore, che lo esaltò come innovatore e precursore della musica moderna . Molte opere sono state a lui dedicate da compositori stranieri e Italiani. Anche Il Maestro Francesco d’Avalos, discendente della moglie assassinata , scomparso da poco , ha composto un’opera Maria di Venosa.
Numerosi i saggi e le biografie che lo riguardano, di lui si sono occupati cineasti del valore di Herzog. Scipione Cerreto, teorico musicale e compositore, contemporaneo di Gesualdo, dice di lui “ Se questo signore fosse vissuto ail’epoca dei Greci, gli avrebbero fatto una statua di marmo e d’oro”. Invece Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, Conte di Conza, Grande di Spagna riposa sotto una piccola lapide nella Chiesa del Gesù Nuovo, la cui scritta illeggibile avrebbe bisogno di un radicale e urgente restauro , senza neppure una targa che lo ricordi ai Napoletani e ai numerosi turisti.
Non sono una musicista e neppure una storica. Nella mia vita mi sono occupata di lingue straniere, ma fin dalla più tenera età sono stata appassionata di musica, storia, letteratura , pittura e arti visive. Originaria di Bologna, ho studiato a Salerno, Napoli, Parigi e Londra, ma preferisco definirmi un’autodidatta. Come scrittrice ho pubblicato due romanzi di ambientazione storica, Dalibor che si svolge in una Praga visionaria del 1700 e Brume in una evanescente pianura padana del dopoguerra , ho scritto ma non ancora pubblicato un romanzo su John Hawkwood, un condottiero inglese nella Firenze del 1300, nonché racconti, novelle, favole, ecc.
Anna Ortolani

Sabato 30 e Domenica 31 Maggio 2015
Compagnia Stabile Teatro Tasso
IL GABBIANO
di Anton P.Cechov
regia Giampiero Notarangelo

Il gabbiano è uno dei testi teatrali più noti del drammaturgo russo, e uno dei più rappresentati in assoluto. I personaggi della giovane Nina, della madre attrice Irina, dello scrittore Trigorin sono stati interpretati in tutto il mondo dai maggiori attori di teatro.. Questo dramma ha una forte relazione intertestuale con l’Amleto di Shakespeare. Arkadina e Trepliov citano versi dell’Amleto prima del “teatro nel teatro” nel primo atto (l’artificio stesso del “teatro nel teatro” è usato anche nell’Amleto). Ci sono anche molte allusioni a dettagli della trama shakespeariana. Per esempio, Trepliov cerca di salvare sua madre dal vecchio Trigorin proprio come Amleto cerca di salvare la regina Gertrude da suo zio Claudio. Fu Danchenko che convinse Stanislavskij a dirigere il dramma per l’innovativo Teatro d’Arte di Mosca nel 1898.[4] La collaborazione di Čechov con Stanislavskij si dimostrò cruciale per lo sviluppo creativo di entrambi. L’attenzione di Stanislavskij per il realismo psicologico e per il corpo recitante esaltava le sottigliezze del dramma e fece rivivere l’interesse di Čechov per la scrittura di scena. Stanislavskij e Danchenko lessero il lavoro che era stato fischiato a Pietroburgo e vi scorsero quello che né gli attori, né il pubblico e né i critici avevano visto: un dramma autentico, espresso in quelle forme “antiteatrali” che essi vagheggiavano.
I due registi presero quindi la coraggiosa iniziativa di rimettere in scena il lavoro, per comunicare al pubblico, in una interpretazione e in uno stile adeguati, il senso di questo nuovo teatro.
Il successo fu enorme, le repliche centinaia. Dopo “il Gabbiano”, che fu tra le prime opere messe in scena dal Teatro d’Arte, che in memoria della rivelazione aveva adottato come insegna un gabbiano, Čechov scrisse per la compagnia di Stanislavskij-Danchenko altri tre lavori i famosi: Zio Vanja, 1897; Le tre sorelle, 1901; Il giardino dei ciliegi, 1904. I successi crebbero e l’attrice Olga Knipper, prima e stupenda interprete del Gabbiano, divenne moglie di Čechov.  Il tema del Gabbiano è quello che ritornerà in tutti i successivi lavori teatrali di Čechov: la tragedia di una umanità delusa dalla vita inutile. Il titolo dell’opera viene da un accostamento simbolico: quello fra l’ignara felicità di un gabbiano che, volando sulle acque di un lago, viene stroncata dall’oziosa indifferenza di un cacciatore, e la sorte di una fanciulla, Nina, che sulle rive dello stesso lago si lascia cogliere da un letterato di qualche nome, Trigorin, il quale senza cattiveria, anzi cedendo ad una sorta di fatalità, profitta della sua femminile smania di aprire le ali, la porta via con sé a fare l’attrice, la rende madre di un bimbo che però muore subito, e la lascia infine tornare distrutta alla casa di una volta. Qui c’è un altro uomo che l’ama, da molto tempo: il giovane Konstantin, anche lui scrittore, che sogna l’arte e la gloria. Ma la madre di lui, Irina, un’attrice celebre, disprezza l’inconsistenza delle liriche fantasie che egli va componendo; e Nina non vuol saperne di lui. Sicché Konstantin, sentendosi fallito, si uccide.  Questa semplicissima trama, che non è neanche una vera trama, offre a Čechov il pretesto per la rappresentazione di una società di illusi, aspiranti invano a partecipare al gusto dell’esistenza, che li respinge. Čechov sviluppa un modo di portare in scena la vita non attraverso una storia, un intrigo lineare, ma nelle forme di una piatta e stanca conversazione di uomini e donne ciascuno in preda ai propri tormenti e affanni, i quali più che dialogare fra loro ripetono ciascuno la propria idea fissa, la propria angoscia e la propria sconfitta.
Questa visione verrà poi espressa con maggiore maturità ed efficacia nei suoi ultimi e più perfetti lavori.
Diversamente da tutti i grandi drammaturghi precedenti, in Čechov non si assiste ad un combattimento di eroi ed eroine che lottano, Quando in un dramma di Čechov si alza il sipario, la sconfitta è già avvenuta. I suoi personaggi non lottano; non hanno volontà, vinti a priori dalla fatalità avversa.
La cosa fondamentale da comprendere è che fino a Čechov, la catastrofe della Tragedia consisteva nella morte, materiale o spirituale, degli eroi: in Čechov consiste in una fine più atroce, e cioè nella condanna a continuare a viverla. A trascinare l’esistenza grigia, com’era ieri, e come sarà domani; che è poi una morte cosciente, di uomini e donne nel cui animo c’è un accorato desiderio di vita, ma solo per rendere la loro esistenza più disperata.