Di: Sergio Palumbo

Ciò che affascina, in ogni romanzo di Andrea Camilleri, è quella sua capacità di introdurre immediatamente il lettore in una quotidianità così autentica che si ha l’impressione di averci convissuto e conviverci nella maniera più naturale e più totale. E’ l’Italia, è la Sicilia di oggi come la mostrano giornali e televisione, reportage e talk show, ma senza quel tanto di costruito o di arbitrariamente sottolineato che rende meno efficace e quasi meno autentico lo stesso documentario. Nel romanzo, invece, in quel sapore dialettale delle frasi, nell’attenzione al dettaglio minimo ma emotivamente più vivo, si può praticamente vedere la processione di migranti che a ondate si riversano sulle spiagge della Sicilia, si può sentire il loro pena, la paura e il pianto dei bambini, la fame e la disperazione dell’esilio coatto. Si vivono quei momenti drammatici con l’indignazione dell’autore e con la sua umanità offesa, senza sterile rabbia ma con un moto di più viva simpatia per i personaggi che già ci sono familiari: Fazio, Catarella, Mimì e soprattutto lui, Montalbano, tutti impegnati allo spasimo nello sforzo di soccorrere, accogliere, condividere, anche contro l’ottusa incomprensione e la feroce indifferenza di tanti. Ma il male è in agguato in tante forme e loro sono comunque lì, a sbrogliare contorte matasse che, una volta dipanate, rivelano aberrazioni del cuore e della mente ed astute macchinazioni per occultare il delitto.

Montalbano affronta le situazioni col solito, ostinato, senso del dovere, seppur talvolta sembri riluttante, non tanto davanti alla fatica che ogni indagine comporta, quanto davanti al logorio psicologico che produce la consapevolezza delle maligne storture della mente umana. Ma è il suo lavoro, stimola la sua mente, lo spinge a un continuo misurarsi con se stesso e talvolta col volenteroso attivismo, pur senza intenti competitivi, del bravo e superveloce Fazio ed il suo immancabile “Già fatto”, che tanto fa innervosire Montalbano. In certi momenti il commissario sembra smarrirsi e allora si rifugia nella trattoria di fiducia per trovare conforto nelle sue proverbiali mangiate, dopo le quali confida i suoi dubbi al solitario granchio che pare aspettarlo al termine della passeggiate digestive fino al molo. Ma c’è sempre un indizio minimo che sfugge ai più e che nella mente del commissario innesca un processo di idee, un lavorio di connessioni e di concatenazioni che alla fine risolve il rompicapo. Tuttavia non si tratta mai soltanto di un lavorio mentale come per il sofisticato Holmes, perché il nostro Montalbano si sa “cataminare”, non si risparmia fatiche fisiche, benché l’età non sia più verde e qualche acciacco ogni tanto glielo ricordi. Sono i luoghi del delitto che alla fine gli parlano, rivelano all’occhio acuto del commissario ciò che invano l’assassino aveva creduto di poter mascherare e celare.

Alla fine al lettore sembra di aver accompagnato Montalbano, di aver sintonizzato il proprio cervello con il suo e condividere con lui perfino il godimento goloso per i piatti siculi che la fida Adelina gli prepara e di cui Camilleri, nella sua descrizione a effetto tridimensionale, fa avvertire profumi e sapori. Infine resta la malinconia pensosa di chi scruta gli abissi dell’anima umana e non basta il piacere tutto intellettuale di aver risolto il caso a mitigare lo sgomento morale che sempre ne deriva.

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