13-18 dicembre 2016

Teatro Bellini
Ivanov

di Anton Cechov
traduzione Danilo Macrì
con
Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Antonio Zavatteri, Orietta Notari,
Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe

musiche Arturo Annecchino, Luca Annessi (assistente)
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari

regia

Filippo Dini
assistente alla regia Carlo Orlando

produzione

Fondazione Teatro Due, Teatro Stabile di Genova

durata 3h compreso intervallo

Promo spettacolo

Ivanov è la prima grande opera teatrale di Cechov: la scrisse nel 1887 quando aveva 27 anni, e la rimaneggiò successivamente fino a farla diventare l’intramontabile capolavoro che è oggi.
Ivanov è un proprietario terriero trentacinquenne che non ama più sua moglie, Anna Petrovna, che per amor suo aveva abbandonato la propria famiglia e la religione ebraica.  Anna si ammala e muore, così finalmente Ivanov può sposare Saša, la giovane figlia dei suoi ricchi vicini. Tutto è pronto per le loro nozze, ma la felicità resta un miraggio per Ivanov, che rimarrà vittima di se stesso e del proprio destino. Il giovane e pluripremiato Filippo Dini, qui regista e interprete, porta in scena un Ivanov moderno, che, mentre cala lo spettatore nella società assopita della Russia alle porte della rivoluzione, racconta con una buona dose di umorismo un storia vivace di coppie in crisi e mariti depressi, di mogli tradite e di giovani innamorate, di nobili decaduti e arrampicatori sociali. Una messinscena corale in cui un formidabile ensemble di attori dà vita a personaggi portatori di un infuocato desiderio di resistere allo spleen che li attanaglia, con coinvolgente passionalità e trascinante ironia.

Prezzi:

Martedì
1′ SETTORE 22€
2′ SETTORE 18€
3′ SETTORE 14€

Mer/Giov/Ven/Sab/Dom
1′ SETTORE 32€
2′ SETTORE 27€
3′ SETTORE 22€

OVER 65/CRAL/CONVENZIONI
1′ SETTORE 28€
2′ SETTORE 23€
3′ SETTORE 18€
Esclusivamente per le repliche del mercoledì, giovedì, venerdì e sabato pomeriggio

UNDER 29 15€

Orari
MARTEDÌ, GIOVEDÌ, VENERDÌ, SABATO ORE 21.00 – MERCOLEDÌ E SABATO ORE 17.30 – DOMENICA ORE 18.00

IVANOV

di Anton Čechov

traduzione Danilo Macrì

con

Nicolaj Ivanov         Filippo Dini

Anna Petrovna         Sara Bertelà

Conte Šabel’skij       Nicola Pannelli

Pavel Lebedev         Antonio Zavatteri

Zinaida Savišna       Orietta Notari

Saša                      Valeria Angelozzi

Dottore L’vov          Ivan Zerbinati

Marfa Babakina       Ilaria Falini

Michail Borkin                   Fulvio Pepe

Kosych                   Filippo Dini

Avdot’ja Nazarovna  Sara Bertelà

Primo ospite          Fulvio Pepe

Secondo ospite        Nicola Pannelli

Gavrila                   Ivan Zerbinati

musiche Arturo Annecchino, Luca Annessi (assistente)

scene e costumi Laura Benzi

luci Pasquale Mari

assistente alla regia Carlo Orlando

regia Filippo Dini

produzione Fondazione Teatro Due, Teatro Stabile di Genova

Premio le Maschere del Teatro 2016 per la Miglior Regia

Premio della Critica ANCT 2016 a Orietta Notari

Ivanov è la prima delle grandi opere teatrali di Anton Čechov, scritta nel 1887, all’età di 27 anni, essa racconta l’ultimo anno di vita di un uomo, che si trova a fare i conti con la propria incapacità di vivere, la sua inadeguatezza verso il mondo che lo circonda e la irrimediabile perdita di ogni speranza nei confronti della vita. La commedia è la sua lotta contro ognuna di queste forze, che lo ostacolano quotidianamente nei rapporti con i suoi amici, con i suoi nemici, con sua moglie. Essendo una commedia scritta in età giovanile, Ivanov possiede una portata dirompente di emotività e di erotismo che la rendono carica di un fascino irresistibile. La sua poetica si esprime a tinte forti e la violenza delle situazioni e dei rapporti esplode con brutalità, fino alla morte.

Il personaggio di Ivanov è da iscriversi in un filone di tanta letteratura russa dell’ottocento (dal Jevgheni Onieghin di Puškin in poi) in cui il protagonista è proprio l’uomo superfluo, come si autodefinisce Ivanov, che non riesce ad applicare le proprie energie alla vita e la cui originalità risiede proprio nella lotta per non soccombere al proprio destino.

Le sue aspirazioni intellettuali, unite al senso d’impotenza, fanno di lui un eroe negativo, incapace d’affrontare la crisi. Anna, sua moglie, per sposarlo ha abbandonato la propria famiglia e la religione ebraica, ma presto si ammala di tubercolosi. Saša, giovane figlia di facoltosi vicini, ama Ivanov, e dopo la morte di Anna tutto è pronto per le nuove nozze. Ivanov però avverte la propria inadeguatezza di fronte a questo amore e all’ultimo momento sfugge al nuovo impegno… Intorno a loro si muove un’umanità disillusa, priva di ideali e senza speranze nel futuro: un microcosmo in cui gli uomini sono condannati all’esistenza, in cui ognuno tenta disperatamente di sopravvivere alla noia interiore e guarda al passato con pietosa indulgenza, un’umanità di figure grottesche che si logorano a vicenda.

“Di Ivanov si è detto e scritto moltissimo – racconta il regista Filippo Dini – e si è insistito sull’incapacità del protagonista di gestire i rapporti sociali e sentimentali, sul suo male di vivere e la sua insoddisfazione patologica, in breve si è molto discusso della sua depressione. Tutto ciò credo ci abbia un po’ allontanato dalla comprensione della sua vera natura.

Ivanov trascina tutti nel tunnel nero dell’inattività, della paralisi mentale e spirituale, tutti lottano contro di lui o tentano di guarirlo, fino all’estremo sacrificio. Ivanov è il virus letale della sua società, è il simbolo della malattia che si genera all’interno di quel ristretto gruppo di esseri umani che agiscono nella commedia. Ivanov è al tempo stesso anche la cura del suo mondo, in quanto mette tutti di fronte a se stessi, ai propri limiti, alla propria povertà, dando ad ognuno l’occasione per la salvezza personale. Ogni personaggio si pone in relazione a lui secondo le proprie capacità o la propria propensione; nessuno rimane estraneo a questo confronto.

Ivanov rappresenta la fine di ogni amore, non disillusione o delusione, ma la fine di ogni amore, per le leggi umane e divine, per gli uomini, per gli ideali, e quindi è la fine di ogni speranza. Cechov ci esorta a confrontarci con lui costantemente. Instaurare un dialogo con il nostro Ivanov, quello dentro di noi, mettersi in relazione con lui, capire bene chi è, osservarlo, comprendere qual è la nostra attitudine nei suoi riguardi, rappresenta la provocazione che Čechov ci propone”.

E prosegue: “La grande sfida del nostro allestimento è aver scelto un cast di solo 9 attori, fra i quali vorrei si generasse un gioco interno attraverso i doppi ruoli, per creare una sorta di secondo mondo parallelo, di doppio deforme, creando dei caratteri altri, un insieme di figure mostruose e grottesche che circonda Ivanov e gli altri personaggi.

L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità sta proprio nella descrizione di una ”umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse, che di lì a poco spazzerà via tutto il mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a quel momento, di lì a 30 anni, infatti, ci sarà la Rivoluzione, e anch’essa sarà causa o effetto (a seconda dei casi) di tante rivoluzioni in Europa. Attraverso la figura dell’uomo inutile, che non riesce a spingere il proprio cuore oltre la paralisi del proprio mondo, e la propria volontà oltre l’immobilismo, Ivanov racconta la crisi e il declino di un’intera società e di un’intera epoca. La fine di Ivanov, auto inflitta ovviamente, che arriva al termine della commedia, è la fine del nostro Ivanov, quello dentro di noi, che abbiamo visto scalpitare e soffrire e cercare di risollevarsi infinite volte, l’abbiamo visto credere in nuovo innamoramento e in una nuova speranza, la speranza di ritrovare l’energia per ricominciare a lavorare e insieme per combattere gli inetti, i volgari, i malfattori. Abbiamo avuto pietà della sua debolezza, del suo dimenarsi ridicolo e appassionato. Fino alle estreme conseguenze. Dobbiamo attendere con pazienza il suicidio del nostro Ivanov, non lo possiamo uccidere perché è imbattibile, dobbiamo aspettare che nella totale consapevolezza, ormai raggiunta alla fine della commedia, debba desiderare la propria morte, solo così potremo godere della rinascita, solo così potremo tornare alla vita, alla speranza e all’amore.”