Di: Sergio Palumbo

Dal 14 febbraio al 21 settembre 1940 Louis Jouvet tenne sette lezioni al Conservatoire di Parigi sul monologo di Elvira del quarto atto del Don Giovanni di Molière. Jouvet chiese, poi, a Charlotte Delbo di stenografare quelle lezioni impartite alla sua discepola Claudia, che avrebbe dovuto sostenere la parte di Elvira, ed agli altri due giovani attori diplomandi, Octave (Don Giovanni) e Lèon (Sganarello). Nel 1986 Brigitte Jaques riprese le trascrizioni di quelle lezioni e ne fece un testo teatrale, intitolato “Elvire Jouvet 40”, poi tradotto da Giuseppe Montesano e portato in scena da Toni Servillo, sia come regista che come attore protagonista, prima al Piccolo Teatro Grassi di Milano e poi al Théatre Athenée di Parigi. All’Athenée, teatro che sta a Jouvet come il San Ferdinando ad Eduardo De Filippo, le nove recite in cartellone hanno registrato il tutto esaurito ed un grande successo di pubblico e di critica.

“Elvira” potrebbe sembrare un testo sul teatro e si potrebbe avere la tentazione di definirlo “metateatrale”. Se ciò da un lato è vero, in realtà in questo testo racconta qualcosa di più universale: lo scambio tra un maestro ed i suoi allievi, la passione per la condivisione ed il flusso bidirezionale stabilito dalla maieutica in cui non solo l’allieva apprende dal maestro ma lo stesso maestro impara qualcosa dalla sua allieva. Mentre spopolano i talent show ed i modelli si mediocrizzano per essere più facilmente raggiunti, le lezioni di Jouvet/Servillo riaffermano chiaramente la necessità di conseguire “la consapevolezza interiore che ciò che siete è in relazione a ciò che fate”. Questo vale per il teatro, sicuramente, ma per qualunque attività o professione.

Jouvet invita Claudia ad andare oltre la mera tecnica e a non basarsi soltanto sull’intelligenza drammatica: tutto ciò non basta se non c’è il sentimento, che deve arrivare “oltre la ribalta”. “La tecnica che non viene dal sentimento crea banalità”, dice Jouvet/Servillo alla sua allieva. Sentimento che l’attore deve trovare smuovendo la propria sensibilità “per trovare nuove voci, nuove strade, nuovi punti di partenza”, evitando di sentirsi a proprio agio nella recitazione, abbassando il testo fino a sé: la sacralità del testo è centrale e lo sforzo dell’attore (“l’esecuzione di una parte, quale che sia, comporta sempre qualcosa di difficile, di doloroso, qualcosa a cui deve prendere parte uno sforzo”) dev’essere tale da arrivare a svuotarsi completamente, dimenticandosi dell’intelligenza drammatica ed elevandosi per assurgere al testo.

Nel frattempo, l’avanzata nazista procede inesorabile, ma il maestro ed i suoi allievi proseguono le loro prove, quasi a volersi opporre a quell’orrore immergendosi nella propria passione che li rapisce. Claudia, dopo aver ottenuto il primo premio nella commedia e nella tragedia all’esame conclusivo del suo corso, sarà denunciata come ebrea e, come apprenderà il pubblico dalla scritta proiettata al termine della rappresentazione, “l’accesso alle scene le fu interdetto. Louis Jouvet partì per un esilio volontario che durò tutta la guerra”.

In Francia lo hanno definito “l’immenso Servillo” ed è forse il modo migliore per descrivere la straordinarietà dell’interpretazione di quello che è probabilmente il miglior attore vivente italiano. Riuscire a rendere così coinvolgente un testo così profondo e sicuramente non semplice è un capolavoro sia dal punto di vista attoriale che da quello registico. Bravissima anche Petra Valentini nel ruolo di Claudia, che ne rende benissimo la passione, le incertezze, la determinata ostinazione e le esitazioni, facendo apprezzare la crescente intensità e le diverse connotazioni delle sue ripetute interpretazioni del monologo di Elvira. Completano degnamente il cast Francesco Marino (Octave) e Davide Cirri (Léon).

“Elvira” sarà in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 12 febbraio 2017.

Link: il sito del Teatro Bellini di Napoli – www.teatrobellini.it

(Foto di Fabio Esposito)