Di: Sergio Palumbo

“Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi torna al Teatro San Carlo di Napoli dopo quattordici anni di assenza, per la nona volta della storia del Massimo napoletano. Un titolo, quindi, rappresentato non particolarmente spesso sulla scena partenopea. Dramma politico (il primo di Verdi, in ordine cronologico) nonché storia di tormentato amore paterno, il Simon Boccanegra ha una trama piuttosto intricata ed una costruzione tutt’altro che semplice, ma è un’opera dall’indubbio fascino, sia dal punto di vista musicale che da quello del libretto, scritto da Francesco Maria Piave e poi rivisto da Arrigo Boito, che contiene un sempre attuale messaggio di pace e di amore, purtroppo troppo spesso ignorato. “Perfin l’acqua del fonte è amara al labbro dell’uom che regna”, dice, affranto, il doge corsaro dopo aver bevuto il liquido avvelenato dal traditore Paolo.

L’allestimento in scena al San Carlo riprende quello firmato da Sylvano Busotti nel 1979 per il Teatro Regio di Torino e restaurato nel 2013. Il poliedrico Busotti ne curò le scene, i bei costumi e la regia, qui ripresa da Paolo Vettori. Per quanto datato, l’allestimento mantiene un suo certo fascino e le scene, basate principalmente su teli dipinti impreziositi da videoproiezioni, pur nella loro semplicità presentano diversi tratti suggestivi, come ad esempio una sala del Consiglio davvero pregevole. Il sapiente disegno luci di Fabio Rossi ha un ruolo essenziale nella buona riuscita dell’allestimento. La regia, attenta a valorizzare la forza drammatica dei personaggi misurandone gesti e movimenti, forse a prezzo di una certa staticità nelle scene senza coro, fa suo il leitmotiv del mare, che pervade sia il libretto che la partitura verdiana, scegliendo di averlo sempre ben visibile sullo sfondo, ora calmo, ora mosso, come un muto spettatore delle drammatiche vicende umane.

La direzione di Stefano Ranzani dell’ottima orchestra del San Carlo è sicura e attenta all’equilibrio tra palco e buca, ben conseguito. Essenziale per dare vivacità alla rappresentazione è l’eccellente coro del San Carlo, preparato da Marco Faelli, che regala scene d’assieme di grande impatto, sia visivo che sonoro, specie nei finali del prologo e del primo atto.

Amartuvshin Enkhbat, che si alterna con Ambrogio Maestri nel ruolo del titolo, nonostante i tratti orientali non siano propriamente adatti per il personaggio e nonostante un attacco infelice nel prologo (“Misera, trista”), conferma, come già apprezzato nel Rigoletto di inizio anno di essere un baritono dal bel timbro brunito e dalla tecnica solida, in grado di conferire l’adeguata autorevolezza e nobiltà al personaggio. Il suo accorato canto di pace (“Plebe! Patrizi! Popolo”) emoziona e tocca nel profondo il pubblico. Più che meritata l’ovazione per lui al termine della rappresentazione. Fresco e squillante il Gabriele Adorno di Leonardo Caimi, che si alterna con Saimir Pirgu. Il tenore si fa apprezzare per il timbro brillante e la gradevole presenza scenica, oltre a considerevoli doti attoriali. Molto buona anche la prova di Gezim Myshketa, che rende bene tutta la negatività del personaggio di Paolo Albiani (in cui si alterna con Gianfranco Montresor) e che fa apprezzare le sue notevoli doti vocali sin dal prologo (“L’atra magion vedete?”). Giorgio Giuseppini è uno Jacopo Fiesco nobile sia per presenza che per fraseggio, con accenti autorevoli ben adatti al ruolo (in cui si alterna con John Relyea). Non convince, invece, l’Amelia di Davinia Rodriguez (che si alterna con Myrto Papatanasiu), sia per l’omogeneità che per la chiarezza dell’emissione, cui sopperisce solo in parte il buon portamento drammatico. Bene anche Gianvito Ribba nel ruolo di Pietro.

“Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi sarà in scena al Teatro San Carlo di Napoli fino al 14 ottobre 2017.

Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – www.teatrosancarlo.it