Di: Sergio Palumbo

In occasione del centocinquantenario della morte di Gioacchino Rossini, torna al Teatro San Carlo di Napoli, che il genio pesarese diresse dal 1815 per sette anni, una delle nove opere scritte nel prolifico periodo napoletano: Mosè in Egitto. Nello stesso giorno della prima, al Memus, il museo del San Carlo a Palazzo Reale, è stata inaugurata la mostra “Rossini, furore napoletano”. Il Mosè in Egitto, che debuttò al San Carlo esattamente due secoli or sono, mancava dal Massimo napoletano dal 1993, riprendendo la versione scritta da Rossini prima delle modifiche apportate per la rappresentazione all’Opera di Parigi del 26 marzo 1827, versione che per quasi un secolo e mezzo fu preferita, sulle scene partenopee, all’originale.

Nell’allestimento della Welsh National Opera, a firma di David Pountney, le tenebre che avvolgono l’Egitto all’inizio dell’opera avvolgono anche il San Carlo ed in tutto il teatro si vedono solo le bacchette fosforescenti di Stefano Montanari. I tre accordi di do maggiore all’inizio dell’opera nel buio totale sembrano ancor più spaventosi e l’angoscia penosa degli Egizi ed il loro smisurato bisogno che cessi quella terribile piaga arriva al pubblico ancor più amplificata. Al ritorno della luce, dopo l’intervento di Mosè, appaiono le scene di Raimond Bauer, minimaliste ma dalla grande efficacia visiva: due pannelli di diverso colore, blu e rosso, dividono in due la scena: nelle due parti di scena si muovono, da un lato (blu), gli Ebrei e dall’altro (rosso), gli Egizi. Al centro, sotto il grande sole d’Oriente, è posto un tavolo, quasi a simboleggiare una barriera di incomunicabilità tra due popoli, tra politica e religione. In perfetta sintonia i costumi di Marie-Jeanne Lecca: colori freddi, blu e verde, per gli Ebrei e caldi, rosso e arancione, per gli Egizi. Un netto contrasto cromatico, ispirato a Chagall e a Rothko, che richiama chiaramente il contrasto tra Ebrei ed Egizi, tra i quali è presente sempre il tavolo come barriera e gli unici contatti avvengono tra Elcìa ed Osiride, ma il regista, nel voler trasmettere un messaggio di pace e di speranza, farà abbracciare i due popoli nel finale, dopo la scena dell’apertura delle acque, simboleggiata con l’apertura di un varco tra i due pannelli, mentre la sommersione degli Egizi dopo la chiusura delle acque è rappresentata agitando un grande telo azzurro. Il disegno luci di Fabrice Kebour contribuisce in modo determinante all’allestimento, per rendere più netti o più sfumati i contrasti cromatici nonché per rendere in modo efficace, in assenza di particolari effetti speciali, la pioggia di fuoco al termine del primo atto o il fulmine che colpisce Osiride.

Stefano Montanari, al suo esordio sul podio del San Carlo, dirige in modo coinvolgente un’orchestra in ottima forma, calibrando perfettamente volumi e dinamiche, con particolare attenzione ai recitativi ed ai quadri d’insieme. Il coro, diretto da Marco Faelli, se in alcune scene (come quella della pioggia di fuoco) è leggermente poco fluido nei movimenti, dal punto di vista vocale è ineccepibile e rende la preghiera del terzo atto “Dal tuo stellato sogno” un momento di vibrante emozione.

Nel ruolo di Elcìa, Carmela Remigio può contare su una voce fluida, dal bel colore e perfettamente omogenea, agile nelle colorature, ideale per la parte. Enea Scala è un Osiride dalla gradevole presenza scenica, spavaldo, sicuro negli acuti e dallo squillo potente. Molto buona anche la prova di Christine Rice, che interpreta una Amaltea raffinata per presenza e fraseggio, cavandosela egregiamente nella non facile aria “La pace mia smarrita”. Possente, sia scenicamente che vocalmente, il Mosè di Giorgio Giuseppini. Alex Esposito è un Faraone autorevole, dalla buona pertinenza teatrale e dalla voce sicura e sonora. Bene anche Marco Ciaponi (Aronne), Alasdair Kent (Mambre) e Lucia Cirillo (Amenofi).

“Mosè in Egitto”, di Gioacchino Rossini, sarà in scena al Teatro San Carlo di Napoli fino al 20 marzo 2018.

Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – www.teatrosancarlo.it