Di: Sergio Palumbo

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Dignità Autonome di Prostituzione non è uno spettacolo teatrale nel senso tradizionale del termine, ma un’esperienza immersiva che trasforma lo spazio scenico in un organismo vivo, pulsante, attraversabile. Fin dall’inizio Luciano Melchionna chiarisce la natura dell’operazione, che ha ormai compiuto il diciottesimo anno di vita: il teatro diventa una casa chiusa dell’arte, un bordello simbolico in cui non si compra il corpo ma il tempo, l’ascolto, l’intimità. Il pubblico non è più spettatore passivo ma cliente, complice, pellegrino, chiamato a muoversi in silenzio tra le stanze, a contrattare con i dollarini, a scegliere quale “prostituto dell’arte” incontrare e quale storia portarsi addosso.

L’apertura dello spettacolo ha il valore di un manifesto visivo e concettuale. Prima ancora che inizino i monologhi, si viene immersi in un quadro vivente che richiama esplicitamente La Zattera della Medusa di Géricault: corpi accalcati, sospesi tra speranza e naufragio, umanità alla deriva che cerca salvezza in uno sguardo, in un gesto, in una voce. È un’immagine fondativa che attraversa tutta l’esperienza: questi artisti sono naufraghi e sopravvissuti, esseri umani che hanno scelto di esporsi, di vendere sé stessi non per denaro ma per necessità vitale, per non affondare nel silenzio. La cultura, in questo prologo, diventa àncora e faro: la promessa che anche nei tempi bui la bellezza e la resistenza esistono. Il prologo multilingue, che attraversa l’Amleto prima di approdare all’italiano, chiarisce subito che la domanda non è “che spettacolo vedrò”, ma “chi sarò, qui dentro”. Da quel momento il pubblico viene lasciato libero di vagare, contrattare, scegliere, inseguire attori nei corridoi, nei camerini, nei bagni, negli spazi segreti del teatro, pagando con i celebri dollarini brevi monologhi che sono confessioni, attacchi politici, memorie intime, grida di sopravvivenza. L’atmosfera è resa elettrica dai musicisti dal vivo e da guest star come Giovanni Block, che con la sua “Senza avere successo” canta l’orgoglio dell’artista indipendente, rafforzando l’idea di una comunità che resiste attraverso la musica e la parola.

Dentro questo labirinto emotivo si incontrano alcune “pillole di piacere teatrale” che restano impresse come ferite e carezze insieme. Il monologo di Veronica D’Elia, nei panni dell’Anarchica, è una vera offensiva intellettuale. Basato sul testo incendiario “Chiudiamo le scuole” di Giovanni Papini del 1914, diventa un atto di guerriglia culturale contro le istituzioni che normalizzano e spengono. La scuola è raccontata come una “bianca galera”, un reclusorio per minorenni funzionale ai bisogni della borghesia, dello Stato, degli adulti che non sanno che farsene dell’energia dei giovani. Attraverso un’interazione volutamente scomoda, quasi coercitiva, lo spettatore viene riportato alla lavagna, messo alla prova, trasformato in corpo disciplinato. La regia di Melchionna spinge questo dispositivo fino al limite, rendendo tangibile l’accusa di un sapere pietrificato, antigeniale. Il colpo finale arriva quando D’Elia ricorda la data del testo: 1° giugno 1914. Più di un secolo dopo, la sensazione è che nulla sia cambiato.

Di segno diverso, ma altrettanto lacerante, è “Speciale”, scritto e diretto da Luciano Melchionna e interpretato da Mariano Gallo, in arte Priscilla. Qui il teatro si fa spogliarello emotivo. Dietro le paillettes, l’ironia, il gioco con il pubblico, emerge una confessione dolorosa sulla necessità di sentirsi unici, guardati, riconosciuti. Priscilla racconta la maschera del sorriso come strategia di sopravvivenza, l’infanzia segnata da un amore sbilanciato, l’odio gratuito ricevuto per strada, il senso di colpa di soffrire in un mondo dove altrove si muore di fame e di guerra. Il termine “speciale” viene smontato pezzo dopo pezzo fino a diventare una trappola: a forza di volerlo essere, si finisce per sentirsi falliti. Il monologo cresce come una spirale che parte dal privato e arriva al collettivo, trasformando la fragilità individuale in denuncia dell’indifferenza globale.

Betta Cianchini (anche co-ideatrice del format), nei panni della prostituta slovacca Anya, offre forse la pillola più stratificata e sorprendente. Spesso accoglie il pubblico in uno spazio minimo, un camper, trasformandolo in un santuario intimo dove satira e saggezza convivono. Anya rivendica il proprio ruolo senza vittimismo, racconta le radici dell’Est, l’affetto negato, la televisione italiana vista come finestra sul desiderio, la politica ridotta a farsa. Ma il cuore del monologo è altrove: nella sua filosofia dell’illusione come ludus, gioco vitale senza il quale si invecchia dentro. Anya parla del “cervello del cuore”, del potere creativo delle parole, spiega che “Abracadabra” significa “creo quello che dico”, e lo fa senza retorica, come una prostituta-filosofa che dispensa verità tra una risata e una carezza. Nel finale affida al pubblico un vero segreto di vita: “se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”. Chiede che venga raccontato ai bambini, come un’eredità necessaria per non irrigidirsi, per non diventare una palla trascinata dal vento quando l’anima si stanca. È un congedo che non consola, ma responsabilizza.

Federica Carruba Toscano, la “Piccolapiccolagrande” (monologo scritto e diretto da Luciano Melchionna), rappresenta al pubblico una guerriglia emotiva fatta di ritmo, corpo e rabbia. In uno spazio claustrofobico, con il pubblico stretto intorno, racconta il camminare come fuga, l’incontro casuale con un vecchio come rivelazione di umanità, la precarietà dell’artista che vive senza sicurezze materiali ma con un’esposizione totale. L’infanzia riaffiora nei ricordi del lupo cattivo, delle paure notturne, di una conoscenza che spaventa più di quanto protegga. Il finale è un’esplosione catartica: una raffica di “me ne fotto” che non è insulto ma autoaffermazione, passaggio di stato da piccola a grande, da invisibile a irriducibile.

Tutto confluisce nel gran finale collettivo, unico momento realmente “gratuito” dello spettacolo, in cui non si spendono dollarini. Qui la compagnia si ricompone, la musica diventa corpo comune, rito laico. Sul palco e tra il pubblico si alternano e si intrecciano, tra le altre, le voci di Maldestro, H.E.R., Frè, Luk, Toto Casanova, Irene Scarpato, Dolores Melodia e tanti altri, in un impasto sonoro che attraversa brani originali e citazioni iconiche come “Rumore. Sale sul palco Priscilla, per un playback di Earth Song di Michael Jackson e sullo sfondo scorrono immagini di devastazione e fame, dai conflitti in Sudan e Palestina fino al Congo. È un cortocircuito potentissimo tra estetica pop e tragedia reale, che impedisce qualsiasi consolazione. Si chiude con tutti gli artisti sul palco per ballare insieme al pubblico “New York, New York”.

Dignità Autonome di Prostituzione è, in definitiva, un mosaico umano in cui ogni tessera è necessaria. Un’esperienza che chiede tempo, disponibilità, coraggio. Non promette salvezza, ma offre uno spazio raro in cui la dignità non è proclamata, bensì praticata, corpo a corpo, parola dopo parola. Un teatro che non intrattiene: espone, consuma, e proprio per questo resta addosso.

Dignità Autonome di Prostituzione, sarà in scena al Teatro Bellini di Napoli fino all’11 gennaio 2026.

Link: il sito del Teatro Bellini di Napoli – www.teatrobellini.it