Di: Sergio Palumbo

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Arturo Cirillo riporta in scena il romanzo breve del 1975 di Giuseppe Patroni Griffi, “Scende giù per Toledo”, trasformandolo in un monologo di intensa densità emotiva, capace di restituire tutta la forza disturbante e lirica di una scrittura che ha anticipato, con lucidità feroce, la Nuova Drammaturgia Napoletana.

Un attraversamento, fisico e poetico, di una solitudine che non chiede riscatto: al centro dello spettacolo c’è Rosalinda Sprint, travestito fragile e ostinato, figura “minuta” che attraversa Napoli con la fretta di chi è sempre in ritardo rispetto alla vita. Non un personaggio da raccontare, ma un corpo da abitare. Cirillo sceglie di non attenuare la durezza del testo: ne accoglie la materia verbale, la musicalità nervosa, l’oscillazione continua tra lirismo e trivialità, lasciando che la lingua diventi carne, respiro, spasmo.

Napoli, nello spettacolo, non è mai semplice sfondo. È un organismo vivo, contraddittorio, che accoglie e respinge. Via Toledo, Montecalvario, la Litoranea diventano luoghi di transito, mai di approdo. La città è madre e carnefice, spazio che promette e tradisce, incapace di offrire un vero altrove. Le figure che la popolano – come la grottesca Baronessa, massa informe di corpo e ricordi – contribuiscono a costruire un universo umano deformato, crudele, eppure profondamente reale.

Il nodo tragico dello spettacolo è la violenza, non solo fisica ma simbolica, che Rosalinda subisce nel suo tentativo di essere amata. Non c’è pornografia del dolore, né compiacimento: l’annientamento passa attraverso immagini di una crudezza estrema, dove la lordura diventa metafora di un sogno insozzato, di un’identità calpestata. È il punto in cui la poesia precipita nel fango senza perdere la propria forza, anzi trovandola proprio in questa caduta.

La struttura narrativa è circolare. Non c’è redenzione, non c’è trasformazione positiva. Rosalinda ritorna alla sua stanza di Montecalvario, intenta a foderare le pareti con carta a fiorami azzurri, in un gesto infantile e disperato che tenta di coprire il putridume e i ricordi. Non è una sconfitta definitiva, ma una forma minima di resistenza: continuare a immaginare, anche quando l’immaginazione è l’unica cosa rimasta.

In questo senso, “Scende giù per Toledo” si configura come un’epica della marginalità. Rosalinda non è una bandiera identitaria né una figura consolatoria. È l’emblema di chi è “forestiero” a casa propria, di chi desidera essere altro senza riuscire a fuggire dal proprio destino. Patroni Griffi, e con lui Cirillo, non chiedono compassione: chiedono ascolto.

La regia evita ogni attualizzazione forzata. Il testo resta ancorato alla sua lingua, al suo tempo, e proprio per questo continua a parlare al presente. Cirillo non addolcisce Patroni Griffi, non lo normalizza: lo attraversa, restituendone la violenza e la grazia, la capacità di muoversi con rapidità vertiginosa tra turpitudine e poesia. Le scene di Dario Gessati e i costumi di Gianluca Falaschi, curati in ogni dettaglio, definiscono con efficacia lo spazio e l’immagine del personaggio Rosalinda Sprint.

La maiuscola prova attoriale di Cirillo è tutta giocata sulla fragilità esposta. Il corpo è agile ma nervoso, attraversato da micro-gesti ripetitivi che rivelano un’inquietudine costante. La scelta di alternare la presenza viva dell’attore alla voce registrata – sempre la sua – introduce una distanza necessaria: permette di affrontare i passaggi più violenti e barocchi del racconto senza indulgere nel compiacimento, creando uno scarto tra chi dice e chi subisce. È una soluzione registica che protegge lo spettatore quanto l’attore, trasformando l’orrore in memoria, in eco che continua a risuonare. Arturo Cirillo interpreta Rosalinda ma dà anche voce a tutti i personaggi che la contornano, modulando con precisione toni e inflessioni per costruire efficacemente un coro di presenze, pur restando da solo in scena.

Meritatissimi i lunghissimi applausi al termine di uno spettacolo duro, necessario, privo di sconti, che non cerca il consenso ma la persistenza, accompagnando lo spettatore fino al limite per poi lasciarlo lì, davanti a una solitudine che continua ad esistere, ostinata, fragile, irriducibile. Ed è proprio per questo che resta.

Arturo Cirillo in “Scende giù per Toledo”, di Giuseppe Patroni Griffi, sarà in scena al Ridotto del Mercadante fino al 1° febbraio 2026.

Link: il sito del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale – www.teatrodinapoli.it