Di: Sergio Palumbo
Tempo di lettura stimato: 2 minutiÈ andato in scena al Teatro Sannazaro di Napoli lo spettacolo “Streghe da marciapiede”, prodotto da Vomeroff e omaggio a Francesco Silvestri, scomparso nel 2022. La regia di Stefano Amatucci restituisce al pubblico una black comedy che trascende il poliziesco assumendo toni grotteschi e onirici, attraverso la lente di un’indagine che più che giudiziaria è profondamente psicologica.
La storia ruota attorno a quattro prostitute – Morena, Gina, Alba e Tuna – che vivono e lavorano nella stessa casa, un luogo governato da un rigido patto di sangue che proibisce la presenza stabile di uomini. L’equilibrio fragile delle loro vite viene infranto quando Gina introduce nella casa un giovane misterioso, trattato quasi come un animale e al tempo stesso oggetto di ossessione. Il ragazzo, descritto come altissimo, con la pelle bianca e lo sguardo straniante, non parla mai e sembra possedere una fisicità quasi sovrannaturale. Le donne raccontano – ciascuna secondo il proprio delirio – con terrore e fascinazione la sua lenta metamorfosi: diventa progressivamente trasparente, fragile come un bicchiere di cristallo, fino a ridursi a un tronco privo di arti prima di spirare, lasciando dietro di sé un liquido rosa fluorescente che sigilla la scena finale con un alone di magia e tragedia.
Le protagoniste sono delineate con grande profondità: Gina oscilla tra l’illusione romantica di un principe azzurro e il disgusto per la deformità del giovane; Alba riversa sul ragazzo la tenerezza e l’ossessione di una maternità negata, curandolo con una dedizione che rasenta la follia; Tuna, nella sua omosessualità, esprime un desiderio ambiguo e perverso, proponendo al giovane di truccarlo, mettergli il rossetto e pettinarlo per farlo apparire come una donna; Morena è la figura più pragmatica e risoluta, capace di usare l’intimidazione per mantenere l’ordine tra le compagne.
La regia di Stefano Amatucci elimina fisicamente il giovane dalla scena, facendolo esistere solo attraverso la percezione e la memoria delle donne e dell’ispettore interpretato da Peppe Romano, personaggio invece non presente nel testo originale. L’assenza del giovane diventa così un dispositivo drammaturgico potente, capace di moltiplicare ambiguità e sospetti: il giovane misterioso, mai mostrato, è continuamente evocato come un “convitato di pietra” capace di far emergere desideri, traumi e ossessioni. Il ritmo serrato e i continui slittamenti di registro mantengono lo spettatore in uno stato di instabilità percettiva, rifiutando ogni spiegazione univoca. La scenografia di Ciro Lima Inglese è minimalista ma evocativa e contribuisce, anche grazie alle canzoni di Michele Fierro e alle luci di Tommaso Vitiello, a creare un’atmosfera onirica in cui il grottesco convive con la tragedia. I costumi di Teresa Acone valorizzano l’estetica rétro e il carattere stregonesco delle protagoniste.
Sul piano interpretativo, lo spettacolo trova una solida coesione. Gina Amarante, Luisa Amatucci, Miriam Candurro e Antonella Prisco costruiscono un coro femminile compatto e disturbante, restituendo personaggi attraversati da fragilità profonde. Ognuna lavora su un registro distinto, ma sempre in relazione con le altre, rendendo credibile una solidarietà che convive con il sospetto e il conflitto. Peppe Romano, nel ruolo dell’ispettore, rappresenta il tentativo di razionalità che si infrange contro un racconto continuamente riscritto, finendo per essere risucchiato dallo stesso universo ambiguo che cerca di decifrare.
Dopo i lunghi e meritatissimi applausi, durante i ringraziamenti finali sul palcoscenico, è stato rivolto un tributo commosso a Luisa Conte, figura storica e anima del Teatro Sannazaro.
Link: il sito del Teatro Sannazaro di Napoli – www.teatrosannazaro.it




Sonia Bergamasco in “La principessa di Lampedusa”, dal 4 all’8 febbraio 2026 al Teatro San Ferdinando di Napoli
Recensione dello spettacolo “Scende giù per Toledo”, diretto e interpretato da Arturo Cirillo, al Ridotto del Mercadante di Napoli