Di: Sergio Palumbo

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Al Teatro Diana torna in scena “Jucatùre”, tragicommedia corale firmata dal drammaturgo catalano Pau Miró (presente in sala alla prima) e proposta nella traduzione e regia di Enrico Ianniello. Lo spettacolo, prodotto da Diana Or.i.s., mette al centro un quartetto di uomini ai margini: figure ordinarie, quasi trasparenti, che sembrano non avere più posto nel mondo e che proprio per questo trovano rifugio soltanto nello stare insieme.

La vicenda è quasi interamente ambientata in un appartamento polveroso, appartenuto al padre del Professore: un interno dimesso che diventa, di fatto, un limbo. È qui che i quattro amici si incontrano per giocare a carte, bere caffè “gusto intenso” o pessimo brandy dal sapore di medicina, scambiarsi battute, raccontarsi mezze verità e soprattutto sospendere, per qualche ora, la realtà.

Il testo di Miró costruisce personaggi che non chiedono compassione ma attenzione: uomini “sconfitti” in modi diversi, accomunati dalla stessa frattura tra ciò che avrebbero voluto essere e ciò che sono diventati. Il Professore, docente di matematica, è sospeso dopo un’aggressione a uno studente che lo aveva umiliato pubblicamente; il Barbiere ha perso il lavoro e finge ogni giorno di andare ancora in bottega per non affrontare la vergogna con la moglie; l’Attore vive di provini falliti e di vuoti di memoria che sembrano una dipendenza, oltre che di furterelli in supermercati; il quarto amico, Becchino balbuziente, lavora tra i morti, in un impiego che definisce “tranquillo” proprio perché nessuno parla e ha un’infatuazione per una prostituta polacca.

La forza della scrittura sta nell’equilibrio: il dramma non viene mai declamato, ma scivola dentro la commedia. Le battute non alleggeriscono per distrazione: al contrario, servono a far emergere con più crudeltà la precarietà emotiva di questi uomini. E il tema dell’“invisibilità” sociale diventa il filo che lega tutto: quando non conti più nulla, non restano che il gioco, l’amicizia e l’illusione di un colpo di fortuna.

La storia cambia passo quando il Professore trova una pistola nascosta tra gli oggetti del padre. Da qui nasce la proposta che sposta lo spettacolo verso un grottesco sempre più teso: rapinare una banca. Il piano viene preparato con una meticolosità comica e disperata insieme, fino all’idea assurda di una “diarrea fulminante” simulata dall’Attore per distrarre i presenti.

È un passaggio chiave: il gesto criminale, in “Jucatùre”, non è tanto una svolta d’azione quanto un tentativo di riscatto. Il gruppo crede che la propria mediocrità sia una copertura perfetta: “siamo invisibili”, dunque nessuno farà caso a loro. È qui che la tragicommedia colpisce più a fondo: l’azzardo non riguarda solo il denaro, ma l’esistenza.

L’allestimento lavora sull’idea di una casa che diventa un deposito di memorie, rancori, ossessioni: il protagonista dorme nel letto paterno, indossa i suoi abiti, cerca di assorbirne l’autorità per sentirsi ancora degno. Nel racconto delle allucinazioni sui coccodrilli – dettaglio surreale e malinconico – la scena si apre a una dimensione più profonda: la follia come ultimo linguaggio della sconfitta.

La regia di Ianniello asseconda il ritmo del testo alternando dialoghi serrati e momenti di sospensione, senza mai trasformare i personaggi in caricature. Il tono resta “sporco” e umano: la comicità è dialettale, quotidiana, spesso tagliente; la tragedia arriva invece per accumulo, quando ci si accorge che il riso nasce dal vuoto.

La resa dei personaggi vive di dettagli: la vergogna del Barbiere interpretato da Giovanni Allocca, la fragilità dell’Attore affidata ad Adriano Falivene, la tensione nervosa del Professore (Marcello Romolo) e la dolcezza deformata del Becchino balbuziente, interpretato da un irresistibile Antonio Milo, che nella relazione con una prostituta trova l’unico spiraglio di narrazione e poesia. Nel complesso le interpretazioni risultano compatte e di alto livello, sostenute da un affiatamento evidente e da una misura recitativa che evita l’enfasi, lasciando emergere con naturalezza sia la comicità sia la ferita. Ciò che funziona è soprattutto l’equilibrio: ogni personaggio ha un’ossessione, ma nessuno viene ridotto a un “tipo”. La recitazione mantiene un passo realistico, capace di far convivere grottesco e tenerezza e di restituire quella sensazione precisa che il testo vuole lasciare addosso: questi uomini fanno sorridere, ma perché fanno male.

“Jucatùre”, di Pau Miró, regia di Enrico Ianniello, sarà in scena al Teatro Diana di Napoli fino al 22 febbraio 2026.

Link: il sito del Teatro Diana di Napoli www.teatrodiana.it