Di: Sergio Palumbo
Tempo di lettura stimato: 2 minutiTorna al Teatro San Carlo la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, titolo nato proprio su questo palcoscenico nel 1835 e ancora oggi tra i più frequentati e amati dal pubblico. L’allestimento firmato da Gianni Amelio, qui ripreso da Michele Sorrentino Mangini, conferma la volontà del teatro di muoversi nel solco della tradizione, affidandosi a una lettura consolidata e rassicurante.
La regia si colloca infatti su un piano dichiaratamente tradizionale, quasi museale: una costruzione scenica che privilegia la frontalità e il protagonismo del canto, ma che raramente riesce a trasformarsi in vero teatro d’azione. I personaggi si muovono secondo schemi codificati, spesso limitati al proscenio, con interazioni ridotte al minimo. Ne risulta una narrazione chiara ma poco incisiva, più illustrativa che interpretativa. Le scene di Nicola Rubertelli restituiscono una Scozia cupa e suggestiva, le luci di Pasquale Mari disegnano atmosfere coerenti e ben calibrate, contribuendo a un impianto visivo complessivamente solido, pur senza guizzi particolarmente memorabili.
Sul podio, Francesco Lanzillotta propone una lettura ordinata e rispettosa della partitura, eseguita in versione integrale. L’attenzione al canto è costante e la concertazione mantiene un equilibrio apprezzabile tra buca e palcoscenico. L’orchestra del San Carlo offre una prova complessivamente affidabile.
La serata del 18 marzo è stata però segnata da un imprevisto rilevante: durante l’intervallo, il soprano Rosa Feola è stata colpita da una crisi allergica che le ha impedito di riprendere la recita. Una circostanza che ha costretto a modifiche sostanziali, tra cui il taglio della scena della pazzia, momento cardine dell’opera. Un vero peccato, perché proprio in quella pagina si misura la grandezza di un’interprete di Lucia, né è stato possibile ascoltare la magia della glassarmonica. L’assenza di una sostituta ha suscitato anche qualche segno di dissenso in sala, comprensibile di fronte a una soluzione che ha inevitabilmente compromesso l’integrità drammaturgica della serata.
Fino all’interruzione, Rosa Feola aveva offerto una prova di notevole tenuta, fondata su una vocalità ben organizzata e su un controllo consapevole dei mezzi. Il suono si dispiega con uniformità nei diversi registri, le agilità scorrono con naturalezza e il fraseggio rivela attenzione al dettaglio espressivo. La sua Lucia si muove lungo una linea interpretativa raccolta, più introspettiva che spettacolare, capace di restituire la vulnerabilità del personaggio senza indulgere in effetti esteriori. Proprio per questo, l’assenza della scena finale pesa doppiamente, privando l’ascolto del momento in cui tale costruzione avrebbe potuto trovare compimento.
Al suo fianco, René Barbera propone un Edgardo di gusto raffinato, curato nell’articolazione del canto e incline a una lettura lirica e partecipe, anche se talvolta meno incisiva sul piano dell’ampiezza sonora. Mattia Olivieri tratteggia un Enrico elegante e ben rifinito, più attento alla qualità della linea vocale che alla veemenza drammatica, scelta che restituisce un personaggio misurato, quasi trattenuto. Convince pienamente Alexander Köpeczi, che dà a Raimondo solidità e autorevolezza grazie a un timbro pieno e ben sostenuto, unito a una presenza scenica efficace.
Adeguato il contributo dei giovani provenienti dall’Accademia del San Carlo, tra cui Sun Tianxuefei nel ruolo di Arturo, inseriti con ordine nell’insieme. Il coro guidato da Fabrizio Cassi si distingue per compattezza e precisione, contribuendo con efficacia alla costruzione del tessuto sonoro e sostenendo con sicurezza lo sviluppo drammatico. Le coreografie di Renato Zanella, essenziali e ben integrate, accompagnano l’azione senza appesantirla, mantenendosi in equilibrio con il tono complessivo dello spettacolo.
“Lucia di Lammermoor”, di Gaetano Donizetti, regia di Gianni Amelio, sarà in scena al Teatro San Carlo di Napoli fino al 24 marzo 2026.
Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – www.teatrosancarlo.it


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