Di: Sergio Palumbo
Tempo di lettura stimato: 2 minutiAl Teatro Nuovo di Napoli, “La signora delle camelie” diretta da Giovanni Ortoleva si impone come un dispositivo scenico rigoroso e inquieto, capace di mettere in crisi, dall’interno, uno dei racconti fondativi dell’immaginario amoroso occidentale. Lo spettacolo, che conclude la trilogia del regista dedicata ai miti dell’amore romantico, non si limita a reinterpretare il testo, ma ne espone le strutture profonde, interrogando lo spettatore su ciò che ancora oggi continua a risuonare, trasformando l’immortale opera di Alexandre Dumas figlio in un’indagine spietata sulle dinamiche di potere, denaro e sfruttamento artistico.
All’origine resta il romanzo di Alexandre Dumas figlio, già trasfigurato nella celebre “La traviata” di Giuseppe Verdi. Ma qui la parabola di Margherita Gautier e Armando Duval, nella drammaturgia, firmata dallo stesso Ortoleva con Federico Bellini, perde ogni aura consolatoria: ciò che emerge non è l’elevazione del sacrificio amoroso, bensì la sua natura ambigua, inscritta in un sistema sociale che regola, controlla e infine espelle, culminando in una rottura della quarta parete che mette in discussione lo stesso atto del narrare.
Centrale nella regia di Ortoleva è la dimensione metateatrale: l’azione si apre e si chiude ricordando continuamente la natura di “spettacolo” della vita di Margherita. Armando e Gastone la osservano dai palchetti, sottolineando come ogni gesto e ogni scelta della protagonista siano soggetti allo sguardo altrui. La regia mette in evidenza che Margherita non possiede mai uno spazio davvero privato: ogni momento della sua vita è esposto, controllato e giudicato, sia dal pubblico sia dai suoi finanziatori.
Le scelte registiche sono ben sostenute dall’allestimento scenico: al centro della scena c’è il palco di proscenio, luogo originario dello sguardo e della visione, dove Armando incontra per la prima volta Margherita. Quel palchetto si trasforma continuamente, senza mai cambiare davvero. Diventa di volta in volta salotto, casa di campagna, carrozza, luogo dell’intimità e insieme spazio dell’esposizione pubblica. Questa mobilità non è affidata tanto alla scenografia, quanto alla presenza degli attori, alla luce, alle sonorità distorte, alla parola: lo spazio resta, ma il senso muta. Così, ciò che dovrebbe proteggere si rivela invece una vetrina, un luogo in cui i personaggi sono costantemente osservati, giudicati, definiti. Il teatro si fa allora metafora di una società che guarda, consuma e infine respinge.
Il momento più sorprendente della produzione si concentra nel finale, dove la prospettiva si ribalta con decisione. Margherita, ormai prossima alla morte, non si rivolge più soltanto ad Armando ma rompe definitivamente il perimetro della finzione per chiamare in causa il proprio autore, Alexandre Dumas figlio. In questo passaggio il testo diventa una vera e propria requisitoria: il dolore individuale viene smascherato come materia narrativa, esposto nel suo processo di trasformazione in oggetto artistico. Margherita diventa così consapevole della propria condizione, denunciando la riduzione della sua esperienza a racconto, quasi fosse un corpo “imbalsamato” per essere offerto allo sguardo del pubblico.
L’ottimo cast, composto da Marco Cavalcoli (Narratore/Giorgio Duval), Anna Manella (Margherita), Alberto Marcello (Armando), Nika Perrone (Prudenza) e Vito Vicino (Gastone), sostiene in modo affiatato e con solidità l’impianto dello spettacolo, offrendo interpretazioni coerenti con i vari personaggi e ben integrate con la visione registica, senza mai cedere a facili enfasi ma mantenendo una costante tensione espressiva.
“La signora delle camelie”, per la regia di Giovanni Ortoleva, sarà in scena al Teatro Nuovo di Napoli fino al 29 marzo 2026.
Link: il sito del Teatro Nuovo di Napoli – www.teatronuovo.it




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