Di: Sergio Palumbo

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A centotrent’anni dalla sua prima rappresentazione, La bohème torna al Teatro San Carlo confermandosi uno dei titoli più radicati nell’identità del teatro e del suo pubblico. Fin dalle recite del 1896, a ridosso del debutto torinese, il capolavoro di Giacomo Puccini ha instaurato con Napoli un legame profondo, alimentato da una tradizione esecutiva ininterrotta e da interpreti che ne hanno segnato la storia.

L’allestimento, per la regia di Bárbara Lluch, con le scene di Alfons Flores e i costumi di Clara Peluffo Valentini, si configura come un’operazione intellettuale ambiziosa che tenta di rileggere l’opera attraverso un filtro simbolico dichiarato: il riferimento ad Alice nel paese delle meraviglie diventa la chiave interpretativa dell’intera vicenda, trasformando Mimì in una figura assimilabile ad Alice, immersa in un percorso mentale e onirico più che in una concreta esperienza di vita. Ne deriva uno scarto evidente rispetto alla matrice originaria dell’opera, tratta dalle Scènes de la vie de bohème e costruita dai librettisti Giuseppe Giacosa e Luigi Illica su un equilibrio sottile tra quotidianità e poesia.

Sin dal primo quadro, la soffitta dei bohémien appare come uno spazio astratto, un loft moderno, definito da superfici luminose e da una cornice visiva dominata dalla tecnologia LED, che sostituisce la dimensione povera e vissuta con un ambiente rarefatto e privo di concretezza. In questo contesto, il rapporto tra Rodolfo e Mimì perde quella immediatezza emotiva e fisica che tradizionalmente ne costituisce il motore drammatico, assumendo contorni più distaccati, quasi osservati dall’esterno. Il secondo quadro spinge ulteriormente verso una dimensione straniante: il Café Momus si trasforma in un universo deformato, popolato da figure che rimandano esplicitamente all’immaginario carrolliano, tra colori accesi, proporzioni alterate e movimenti coreografici che privilegiano l’effetto visivo rispetto alla chiarezza narrativa. La vitalità della scena collettiva si traduce così in una festa artificiale, più grottesca che gioiosa, in cui il centro emotivo dell’azione tende a disperdersi. È però nel terzo quadro che la scelta registica mostra con maggiore evidenza i suoi limiti: la Barriera d’Enfer, tradizionalmente luogo di gelo e di verità, viene svuotata di ogni riferimento realistico per diventare un paesaggio mentale dominato da luci fredde e proiezioni (video firmati da Tal Rosner). Mimì appare già sospesa in una dimensione quasi ultraterrena, come se il dramma fosse già compiuto prima ancora di dispiegarsi. Il quarto quadro, infine, chiude coerentemente il percorso in una soffitta spogliata di ogni residuo di vita concreta, dove anche la morte perde il suo carattere quotidiano per trasformarsi in un’immagine astratta, priva di quella pietas che costituisce uno dei tratti più profondi della scrittura pucciniana. Ne risulta uno spettacolo di forte coerenza visiva e di indubbia ambizione intellettuale, ma attraversato da una tensione irrisolta tra l’impostazione concettuale della regia e la natura profondamente emotiva della partitura pucciniana.

A fronte di una regia così pervasiva, la direzione musicale di Gamba si distingue per attenzione al dettaglio e controllo dell’equilibrio sonoro, privilegiando una lettura chiara e rifinita della partitura. L’Orchestra del San Carlo risponde con compattezza e qualità timbrica, restituendo una tavolozza orchestrale ben definita, mentre il coro preparato da Fabrizio Cassi si conferma preciso e ben amalgamato, con particolare efficacia nelle pagine corali del secondo quadro. Delizioso il Coro delle Voci Bianche, preparato da Stefania Rinaldi. Tuttavia, questa impostazione, pur elegante, appare talvolta trattenuta sul piano espressivo: i grandi archi melodici e i momenti di maggiore abbandono lirico non sempre trovano uno sviluppo pienamente naturale, lasciando emergere una certa distanza emotiva che finisce per allinearsi, più che contrastare, con la freddezza dell’impianto scenico.

Sul piano vocale, il debutto di Pretty Yende nel ruolo di Mimì rappresenta uno dei punti più alti della serata. Il soprano costruisce un’interpretazione di grande finezza, sostenuta da una linea di canto morbida, luminosa e perfettamente controllata, capace di restituire la fragilità del personaggio senza ricorrere a effetti veristici marcati. La sua Mimì si distingue per un fraseggio curato e per una qualità espressiva intima, quasi raccolta, che si inserisce con coerenza nella dimensione rarefatta proposta dalla regia. Più problematica la prova del Rodolfo di Kang Wang: pur sostenuto da mezzi vocali apprezzabili e da una buona proiezione, il tenore risulta penalizzato da una dizione italiana poco nitida, che compromette la chiarezza del testo e indebolisce la forza comunicativa del ruolo, particolarmente evidente nei momenti più lirici e introspettivi. La Musetta di Marina Monzó riesce ad emergere con freschezza e vivacità, portando sul palco il giusto brio e l’ironia necessaria a contrastare la rarefazione dello spazio scenico. Tra gli altri interpreti, si segnalano positivamente lo Schaunard di Alessio Arduini, vivace e preciso, capace di animare la scena con naturalezza e senso del ritmo teatrale ed il Colline di Gianluca Buratto, che offre una prova solida e autorevole, impreziosita da una “Vecchia zimarra” ben scolpita, in cui la linea vocale si unisce a una misura interpretativa convincente. Più in ombra il Marcello di Artur Ruciński, corretto sotto il profilo vocale ma poco incisivo sul piano espressivo, con un fraseggio che fatica a restituire la complessità emotiva del personaggio. Bene Matteo Peirone nel doppio ruolo di Benôit / Alcindoro.

“La bohème”, di Giacomo Puccini, regia di Bárbara Lluch resterà in scena al San Carlo fino al 14 aprile 2026.

Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – www.teatrosancarlo.it