Di: Sergio Palumbo

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In scena al Teatro Nuovo di Napoli, “Anna Cappelli” di Annibale Ruccello torna a confrontarsi con il pubblico nella città che più profondamente ne custodisce la matrice culturale e linguistica, attraverso un allestimento firmato da Claudio Tolcachir e interpretato da Valentina Picello. Si tratta di un ritorno significativo, non solo per il valore ormai canonico del testo, ma anche per la scelta di affidarlo a uno sguardo registico internazionale capace di restituirne la complessità senza irrigidirlo in una dimensione esclusivamente locale.

Il testo di Ruccello si conferma come uno dei più lucidi e inquietanti affondi nella costruzione dell’identità individuale, in particolare femminile, all’interno di una quotidianità apparentemente banale. Anna è una donna comune, impiegata, sospesa tra il desiderio di emancipazione e una realtà fatta di costrizioni materiali e affettive. La sua traiettoria si sviluppa come una lenta ma inesorabile discesa: da una dimensione domestica fatta di piccoli fastidi e ossessioni — la stanza in affitto, gli odori, la polvere, le regole imposte — fino a una progressiva deformazione del pensiero, in cui il bisogno di stabilità si trasforma in una forma patologica di possesso. L’incontro con il ragionier Tonino Scarpa, inizialmente promessa di una vita finalmente “propria”, diventa il detonatore di una deriva che conduce a un esito estremo, in cui amore e annientamento coincidono. La scrittura alterna con precisione chirurgica registri ironici e tragici, facendo emergere una comicità che si incrina gradualmente, fino a rivelare il suo fondo perturbante.

La regia di Tolcachir sceglie di non sovraccaricare il testo, ma di accompagnarlo con un impianto essenziale che ne esalta la dimensione interiore. Lo spazio scenico si configura come un luogo della memoria, un altrove instabile e frammentato in cui gli elementi non costruiscono un ambiente realistico, ma evocano stati mentali e residui emotivi. Questa scelta si traduce in una messa in scena che rinuncia a ogni naturalismo per lavorare su una continua oscillazione tra realtà e immaginazione, lasciando che sia la parola — e soprattutto il corpo dell’attrice — a generare lo spazio e il tempo dell’azione. Il ritmo del racconto non è lineare, ma segue le torsioni della coscienza della protagonista, accompagnando lo spettatore in un percorso che alterna empatia e disagio, riconoscimento e distanza. Nel complesso, lo spettacolo si impone come un’esperienza intensa e destabilizzante, capace di interrogare senza offrire risposte. La parabola di Anna Cappelli, lungi dall’essere un caso isolato o estremo, si configura come una possibilità inscritta nelle dinamiche stesse del desiderio umano: il bisogno di appartenenza che si trasforma in controllo, l’amore che si deforma in possesso, l’identità che cerca conferma nell’altro fino a cancellarlo. È proprio in questa zona ambigua che il lavoro trova la sua forza, lasciando emergere un’immagine dell’umano fragile, contraddittoria e inquietante.

Le scene, ideate da Cosimo Ferrigolo, contribuiscono a definire un ambiente che riflette la condizione interiore della protagonista: uno spazio non finito, quasi in rovina, fatto di tracce e frammenti che suggeriscono più che mostrare: una lavatrice, una cyclette, un lampadario malandato che giace sul pavimento, una poltrona e… un frigorifero. Le luci di Fabio Bozzetta accompagnano con discrezione il mutare delle atmosfere, costruendo zone di visibilità e ombra che amplificano la dimensione mentale della scena.

In questo dispositivo scenico, l’ottima prova attoriale di Valentina Picello assume un ruolo centrale e decisivo. L’attrice costruisce un personaggio stratificato, evitando sia la caricatura sia la pura adesione psicologica, e restituendo invece una figura in continuo slittamento. La sua Anna è insieme fragile e aggressiva, ingenua e calcolatrice, capace di passare con naturalezza da una dimensione quasi comica a momenti di forte tensione emotiva. Il controllo del ritmo, la precisione del gesto e la gestione della parola trasformano il monologo in un flusso vivo, mai statico, in cui ogni dettaglio contribuisce a delineare la progressiva perdita di equilibrio. La credibilità dell’approdo finale — uno dei passaggi più rischiosi del testo — è sostenuta proprio dalla coerenza interna del percorso costruito dall’attrice, che riesce a rendere plausibile anche l’orrore, inscrivendolo in una logica distorta ma riconoscibile. Pur trattandosi di un monologo, la scena è abitata anche da presenze evocate, figure assenti che prendono forma attraverso il racconto e che la Picello riesce a rendere percepibili, moltiplicando i livelli dell’azione senza mai perdere il centro del personaggio.

“Anna Cappelli”, con Valentina Picello, regia di Claudio Tolcachir, sarà in scena al Teatro Nuovo di Napoli fino al 12 aprile 2026.

Link: il sito del Teatro Nuovo di Napoli – www.teatronuovonapoli.it