Di: Sergio Palumbo

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Al Teatro San Ferdinando di Napoli va in scena, in prima nazionale, “Le allegre comari di Windsor”, di William Shakespeare, nell’adattamento, con musiche e regia di Mariano Bauduin, produzione del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. Lo spettacolo vede il ritorno di Francesco Paolantoni al teatro di prosa, nel ruolo di Sir John Falstaff e si inserisce in una linea di ricerca che rilegge il testo shakespeariano non come reperto classico da museo scenico, ma come dispositivo vivo, attraversato da stratificazioni contemporanee, tensioni comiche e derive grottesche.

Il testo di partenza, tra i meno “canonici” del Bardo ma tra i più vivaci sul piano dell’intreccio, ruota attorno alle beffe orchestrate ai danni di Falstaff, figura già centrale nell’universo shakespeariano e qui trasformata in motore instabile di desiderio, opportunismo e sopravvivenza. Bauduin sceglie di spostare l’asse della narrazione verso una dimensione quasi crepuscolare del personaggio, immaginando la vicenda come una sorta di ultima notte di Falstaff, più che come semplice commedia degli equivoci. Attorno a lui si muovono le due comari, Alice Ford e Meg Page, non come bersagli passivi della seduzione, ma come vere e proprie registe dell’inganno, capaci di trasformare la difesa della propria dignità in un sofisticato gioco di potere. Parallelamente, la figura di Ford introduce il tema della gelosia come malattia percettiva, deformazione dello sguardo e della realtà, che trascina la vicenda verso tonalità sempre meno leggere e sempre più ossessive.

La regia di Mariano Bauduin costruisce uno spazio scenico che si muove tra evocazione e metamorfosi continua: un luogo che richiama idealmente un Globe Theatre deformato e reinventato, immerso in una dimensione naturale e fantastica insieme, quasi un bosco mentale prima ancora che fisico. La scelta di un cast interamente maschile non è un semplice omaggio filologico alla pratica elisabettiana, ma un dispositivo di straniamento che accentua la componente carnevalesca e la natura dichiaratamente teatrale dell’operazione. Le identità di genere diventano così materia di gioco scenico, di travestimento e di esposizione, rafforzando il carattere parodistico e al tempo stesso rivelando la fragilità dei ruoli sociali rappresentati. Nel complesso, lo spettacolo di Bauduin si presenta come un’operazione di riscrittura che non mira alla fedeltà filologica ma alla reinvenzione scenica, cercando nel materiale shakespeariano una possibilità di dialogo con il presente attraverso il filtro della comicità, del travestimento e della riflessione sul potere dei corpi e dei ruoli sociali. Se talvolta la densità delle suggestioni rischia di sovraccaricare la linearità narrativa, è proprio in questa tensione tra ordine e dispersione che l’allestimento trova la sua identità più autentica.

La trasposizione di Bauduin si caratterizza inoltre per una forte componente musicale, che non si limita a commentare l’azione ma ne costituisce una vera e propria struttura portante. Le sonorità, ispirate a suggestioni classiche ma filtrate attraverso una sensibilità che richiama la stagione della cultura pop britannica degli anni Sessanta, contribuiscono a creare un ambiente acustico ibrido, dove ironia, nostalgia e disincanto convivono senza soluzione di continuità. Centrali, in particolare, le citazioni dei Beatles (Happiness is a warm gun, Martha my dear, Dear Prudence, Ob-La-Di, Ob-La-Da, Good night, tutti brani del White Album) e le musiche originali composte dallo stesso Bauduin. Il risultato è un ritmo scenico che alterna momenti di farsa brillante a improvvise sospensioni più malinconiche, quasi a voler restituire la doppia natura del personaggio di Falstaff, sempre sospeso tra vitalità esuberante e coscienza della propria fine.

Al centro dell’intera operazione si impone la prova di Francesco Paolantoni, chiamato a un ruolo che segna un ritorno significativo al teatro di prosa. Il suo Falstaff evita accuratamente la caricatura facile e la deformazione macchiettistica, scegliendo invece una strada di maggiore complessità: quella di un corpo scenico imponente ma vulnerabile, ironico ma attraversato da una sottile malinconia. Paolantoni costruisce un personaggio che vive costantemente sul confine tra eccesso e misura, tra controllo comico e improvvisa esposizione emotiva, restituendo la dimensione più umana del cavaliere decaduto.

Accanto a lui, l’intero cast sostiene con compattezza l’impianto corale dello spettacolo. Ciro Capano dà a Ford una consistenza nervosa e instabile, calibrando bene il passaggio dalla razionalità borghese alla deriva paranoica. Lello Giulivo e Antonello Cossia costruiscono due figure femminili in travestimento scenico che evitano la facile imitazione caricaturale, puntando piuttosto su una precisione gestuale e su un uso intelligente della voce. Irresistibile la Mrs. Quickly di Marcello Manzella. Con loro, Maurizio Murano, Carlo Caracciolo, Nicola Conforto, Vincenzo D’Ambrosio, Francesco Del Gaudio, Enrico Disegni, Alfredo Mundo e Francesco Roccasecca restituiscono con efficacia il tessuto di intrighi, servitù e piccoli inganni che alimenta l’azione, conferendo allo spettacolo un andamento dinamico, quasi musicale, più che rigidamente drammaturgico.

Sul piano visivo, le scene di Nicola Rubertelli costruiscono un ambiente mutevole, sospeso tra naturalismo e astrazione, mentre i costumi di Marianna Carbone accentuano il gioco di trasformazioni identitarie e storiche senza mai irrigidire l’immagine in una sola epoca di riferimento. Il disegno luci di Giuseppe Di Lorenzo lavora per contrasti, alternando zone di ombra profonda a aperture più calde e teatrali, contribuendo in modo decisivo alla costruzione di un’atmosfera sospesa e volutamente instabile. Il trucco, i movimenti scenici e l’impianto complessivo di macchina teatrale concorrono a un risultato che privilegia la sensazione di artificio dichiarato, mai nascosto, come elemento fondante della rappresentazione.

“Le allegre comari di Windsor” sarà in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli fino al 26 aprile 2026.

Link: il sito del Teatro Stabile di Napoli – www.teatrodinapoli.it