Di: Sergio Palumbo
Tempo di lettura stimato: 2 minutiUndici anni dopo l’ultima ripresa a Napoli, “La Cenerentola” di Gioachino Rossini torna al San Carlo nella versione di Damiano Michieletto, che alla fiaba toglie quasi tutta la magia e firma, in pieno stile del regista veneziano, uno spettacolo pieno di idee.
Angelina non vive in un castello cadente. Serve ai tavoli di una caffetteria malandata e subisce le angherie di una famiglia che la tratta da domestica. Il loft di Don Ramiro, elegante e luminoso, è all’estremo opposto e le curatissime scene di Paolo Fantin fanno scivolare un ambiente nell’altro davanti agli occhi del pubblico. L’immagine che resta più impressa è quella dell’automobile che sfonda la parete del locale durante il temporale. Alidoro, vestito di bianco e con una valigia, arriva dall’alto, tra le nuvole. Gira per la scena come un angelo o un Cupido che scaglia le sue frecce e muove gli incontri da dietro le quinte della storia. Le trovate comiche sono parecchie: il “nodo avviluppato” diventa una pellicola trasparente che stringe i personaggi, il coro maschile entra in abiti da corteggiatrici con le parrucche vistose e le barbe bene in vista. Il finale rinuncia al trionfo zuccherino. Le bomboniere contengono guanti gialli da cucina, dall’alto cadono secchi d’acqua e tutti si mettono a pulire il pavimento. I costumi di Agostino Cavalca definiscono ogni personaggio a colpo d’occhio.
Speranza Scappucci debutta sul podio del San Carlo ed è la prima donna a dirigervi un’opera. Tiene un passo svelto che giova ai concertati, dove l’accumulo delle voci chiede polso. Succede però che i tempi corrano più di quanto i cantanti riescano a seguire e allora dizione e fraseggio ne risentono. Fra buca e palcoscenico si avvertono alcuni attacchi fuori sincrono e il suono dell’orchestra, a volte troppo pieno, copre le sfumature del canto. L’Orchestra del San Carlo suona con impegno ma talvolta difetta di uniformità, soprattutto quando il ritmo si infittisce. Il Coro, preparato da Fabrizio Cassi, è tra i protagonisti della serata sul piano comico e sta in scena con disinvoltura, mentre nei passaggi più serrati perde un po’ di precisione musicale.
Aigul Akhmetshina conferisce al ruolo del titolo voce importante e carattere deciso, adatti a una protagonista tutt’altro che remissiva. Il colore scuro dà peso ai momenti intensi ma appesantisce un poco le agilità. Jack Swanson è un Don Ramiro dal timbro chiaro, con una linea ben curata e colorature sicure in “Sì, ritrovarla io giuro”. Ottima la prova di Florian Sempey, che nel ruolo di Dandini ha il senso del ritmo e la voce giusta. In “Come un’ape ne’ giorni d’aprile” le agilità precise vanno di pari passo con la vivacità del gesto. Giulio Mastrototaro è un Don Magnifico credibile: un prepotente in famiglia, autoritario e sgradevole, coerente con l’impostazione registica. La dizione è curata, la parte è ben sostenuta dalla voce e la figura grottesca conserva un fondo di umanità. Gianluca Margheri è un Alidoro di forte personalità ed il suo carisma e una voce piena e autorevole reggono bene un ruolo che nella regia di Michieletto ha un peso particolare. Convincono anche Laura Ulloa e Sayumi Kaneko, Clorinda e Tisbe: le sorellastre sono pettegole, vanitose e litigiose e le due interpreti ci giocano con gusto e tempi comici ben calibrati, con una vocalità che dà il meglio negli insiemi.
Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – https://www.teatrosancarlo.it/





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