Di: Sergio Palumbo
Tempo di lettura stimato: 3 minutiA dieci anni di distanza dall’ultima volta, “Adriana Lecouvreur”, di Francesco Cilea, è tornata sul palcoscenico del Teatro San Carlo, scelta come uno dei titoli di punta del finale di Stagione 2025/2026.
La produzione, firmata da Davide Livermore, nasce nel 2017 all’Opéra de Monte-Carlo, in coproduzione con Saint-Étienne e Marsiglia, sposta l’azione di quasi due secoli, dalla Francia di primo Settecento alla Belle Époque sospesa sull’orlo della Grande Guerra e l’intera lettura è costruita come un omaggio ideale a Sarah Bernhardt, la grande tragédienne che del mito di Adrienne Lecouvreur fu interprete e continuatrice. La protagonista, così, non è soltanto l’attrice della Comédie-Française del libretto, ma una diva moderna, le cui vicende private si stagliano contro l’ombra incombente del conflitto.
Il cuore visivo dello spettacolo è il dispositivo scenico immaginato da Giò Forma: due plateau rotanti concentrici, dei quali quello centrale ospita la struttura del teatro con le sue quinte, mentre la corona esterna fa sfilare di volta in volta arredi e gruppi di personaggi – scrittoi, divani, un letto, figure ora immobili ora in movimento – in una ronda continua che fa scorrere senza soluzione di continuità palcoscenico, retroscena e appartamento privato. È un congegno che esalta la dimensione metateatrale dell’opera: i cantanti, a tratti, non si spostano, ma vengono spostati dalla macchina scenica, quasi fossero figure di un carillon. La scenografia è dominata dal nero, attraversato da sprazzi di colore e da un chiaroscuro che le luci di Nicolas Bovey scolpiscono con tagli radenti di grande eleganza. L’omaggio a Sarah Bernhardt è dichiarato e capillare: i manifesti di Alphonse Mucha che la ritraevano nel ruolo, la ricostruzione proiettata del film muto che la “Divina” girò nel 1913 (oggi perduto, su un soggetto scritto da lei stessa) e nell’ultimo atto l’allusione alla gamba di legno – Sarah Bernhardt fu amputata nel 1915 – che ne giustifica, nella lettura registica, il ritiro dalle scene. I costumi sontuosi di Gianluca Falaschi e la coreografia di Eugénie Andrin, memore dei Ballets Russes per la festa del Principe di Bouillon, completano un quadro che ammicca a Cocteau e Picasso. Non tutto è privo di forzature – la trasformazione del salone aristocratico del terzo atto in un ospedale militare, ad esempio – ma la tenuta complessiva della visione, raffinata e coerente, finisce per convincere e ha il pregio di valorizzare i cantanti senza mai sovrastarli. Particolarmente felici, sul piano della caratterizzazione, i duetti tra Adriana e Michonnet, isole di intimità e sincerità nel fasto generale.
Sul podio, Pinchas Steinberg ha guidato l’Orchestra del Teatro di San Carlo in una concertazione di mestiere sicuro. Il direttore israeliano, frequentatore di lunga data del grande repertorio italiano e tardoromantico, conosce a fondo le insidie di una scrittura che troppo spesso si etichetta sbrigativamente come verista e che invece nasconde una strumentazione di sorprendente raffinatezza e luminosità. La sua lettura ha privilegiato la tensione drammatica e la cura del dettaglio orchestrale, sostenendo le voci e assecondando il fluire teatrale della vicenda. Di buon livello la prova del Coro, preparato da Fabrizio Cassi.
Nel ruolo del titolo, Aleksandra Kurzak ha offerto un’Adriana di indubbia eleganza e signorilità musicale. Il soprano polacco possiede gusto, raffinatezza nel fraseggio e una linea sorvegliata che trova i suoi esiti più felici nei momenti lirici e raccolti, dove la dizione e la cura della parola scolpiscono il personaggio. Accanto a lei, Brian Jagde ha vestito i panni di Maurizio con la generosità e lo squillo che ne hanno fatto uno dei tenori eroici più richiesti per questo repertorio. La voce è ampia, sicura, di colore solare, e nei momenti di slancio – su tutti il racconto delle gesta belliche – trova la sua dimensione più congeniale. Resta, tuttavia, qualche margine di miglioramento nella dizione italiana. Elīna Garanča domina il ruolo della Principessa di Bouillon con un’autorità che pochi possono vantare: timbro scuro e omogeneo, proiezione importante, una capacità di passare dalla furia gelosa al rimpianto che fa dell’aria «Acerba voluttà» un vertice della serata. La sua è una rivale felina e pericolosa, costruita con dettagli recitativi sottili e una linea di canto che arde nel grave come nell’acuto. Di solida umanità il Michonnet di Pietro Spagnoli, che porta nel ruolo del direttore di scena innamorato non corrisposto un fraseggio curato e una morbidezza dolente perfettamente in carattere: la sua è la dignità ferita dell’amore taciuto, resa con misura e gusto. Bene anche il Principe di Bouillon di Antonio Di Matteo e l’Abate di Chazeuil di Roberto Covatta, nonché Paweł Horodyski (Quinault) Matteo Macchioni (Poisson) e le damigelle Anna Grotto e Monica Bacelli.
“Adriana Lecouvreur”, di Francesco Cilea, regia di Davide Livermore, sarà in scena al Teatro San Carlo di Napoli fino al 20 giugno 2026.
Link: il sito del Teatro San Carlo di Napoli – www.teatrosancarlo.it





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