Di: Sergio Palumbo

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In scena al Piccolo Bellini di Napoli, “Week-End” di Annibale Ruccello torna a interrogare lo spettatore con la sua carica disturbante e profondamente umana, in un allestimento diretto da Martino D’Amico che sceglie di non attenuare, ma anzi di esaltare le tensioni più oscure del testo. La rappresentazione si inserisce perfettamente nel solco della drammaturgia ruccelliana, capace di fondere il realismo più crudo con derive visionarie e allucinate, costruendo un congegno drammaturgico che non cerca mai il compiacimento del pubblico ma lo mette costantemente in crisi.

Il testo costruisce un dramma da camera serrato e progressivamente destabilizzante, incentrato sulla figura di Ida, una professoressa di lingue trapiantata a Roma, prigioniera di una vita che percepisce come fallimentare e di un’identità mai realmente risolta e segnata nel corpo da una zoppia che si traduce in una più profonda disarmonia interiore. La struttura drammaturgica si sviluppa come un lento scivolare in una dimensione sempre più oscura: dalla quotidianità apparentemente banale delle lezioni private impartite a un adolescente si passa a una dimensione sempre più ambigua e perturbante, in cui l’irruzione di Narciso, idraulico giovane e ambiguo, incrina definitivamente l’equilibrio precario della protagonista. Il progressivo slittamento dalla realtà al delirio trova il suo culmine in un monologo finale di grande potenza espressiva, in cui il linguaggio si frantuma e si moltiplica, oscillando tra registri colti e invettive dialettali, restituendo una coscienza ormai sull’orlo della disgregazione.

La regia di Martino D’Amico si muove con coerenza all’interno di questo impianto, scegliendo un linguaggio scenico essenziale e rigoroso. Lo spazio scenico, unico e chiuso, diventa proiezione della mente di Ida: un ambiente domestico che si trasforma progressivamente in luogo mentale, claustrofobico e deformante. La messa in scena evita ogni sovraccarico espressivo e si concentra invece sulla tensione interna ai personaggi e sulle dinamiche relazionali. Particolarmente efficace è la gestione del ritmo, che accompagna lo spettatore in un crescendo quasi impercettibile ma costante, fino a renderlo complice di quello sguardo voyeuristico che il testo stesso chiama in causa e poi ribalta. La trasposizione teatrale restituisce così tutta l’ambiguità dell’opera, senza fornire appigli rassicuranti e lasciando volutamente aperte le interpretazioni, soprattutto nel finale, dove la linea tra realtà e proiezione si fa definitivamente incerta. Con una notevole fedeltà al copione ruccelliano e alle intenzioni dell’autore di compiere, con questo testo, un “esperimento sullo spettatore”, l’allestimento di D’Amico non cerca facili consensi, ma costruisce un’esperienza teatrale che mette a disagio, costringendo lo spettatore a confrontarsi con il fallimento, la repressione e le zone più oscure dell’identità. Ne emerge un ritratto feroce e insieme profondamente umano, in cui la protagonista si configura come una figura tragica contemporanea, sospesa tra desiderio e autodistruzione. Le scene di Alessandra Solimene, essenziali ma significative, accompagnano questo processo di progressiva deformazione, mentre le luci di Marco Linari lavorano in modo puntuale nel sottolineare i passaggi emotivi e psicologici, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa e inquieta.

Sotto il profilo attoriale, ad imporsi è soprattutto la prova intensa di Sabrina Scuccimarra, che costruisce una Ida complessa, stratificata e mai riducibile a una semplice figura grottesca. L’attrice evita con intelligenza ogni deriva caricaturale, restituendo invece un personaggio attraversato da contraddizioni profonde: la durezza e l’aggressività convivono con una fragilità che emerge progressivamente, rendendo la sua solitudine tangibile e dolorosa. La sua presenza scenica domina lo spazio senza mai risultare eccessiva, grazie a un controllo preciso del corpo e della voce, capace di passare con naturalezza da registri diversi, dal tono didattico a quello più basso e viscerale dell’invettiva. Il lungo monologo finale rappresenta il momento più alto della sua interpretazione, una vera e propria immersione nelle zone più profonde e perturbanti della psiche del personaggio che riesce a mantenere una tensione costante senza cedere alla retorica.

Accanto a lei, Manuel Severino dà vita a un Narciso ambiguo e sfuggente, costruito attraverso una misura controllata e priva di eccessi, la cui presenza scenica introduce un elemento di destabilizzazione continua; il suo personaggio non si lascia mai definire completamente, oscillando tra attrazione, minaccia e possibile proiezione della psiche di Ida. Matteo D’Incoronato, nel ruolo di Marco, restituisce con efficacia la dimensione di un adolescente al tempo stesso vittima e specchio della protagonista, incarnando quella mediocrità che Ida disprezza ma da cui non riesce a emanciparsi. Entrambi contribuiscono a costruire un sistema relazionale instabile, in cui i rapporti di forza si ribaltano continuamente fino a perdere ogni certezza.

“Week-End”, di Annibale Ruccello, con Sabrina Scuccimarra, sarà in scena al Piccolo Bellini di Napoli fino al 19 aprile 2026.

Link: il sito del Teatro Bellini di Napoli – www.teatrobellini.it