Di: Sergio Palumbo

La vita di Massimo Bubola è l’emblema dello squallore delle logiche che sono alla base di gran parte del mercato della discografia italiana: un grande artista, che ha scritto meravigliose canzoni per De Andrè (con cui ha collaborato alla scrittura dei brani degli album “Rimini” e “Fabrizio de Andrè”, noto come “L’indiano”, nonchè la famosissima “Don Raffaè”), per la Mannoia (ad es. “I treni a vapore”) e per altri interpreti, un bravo produttore e, dulcis in fundo, cantautore che incide, con non poche difficoltà, dischi di pregevole fattura. Le difficoltà sono tutte legate alla mediocrità di un mercato discografico come quello italiano che rende difficile la vita agli autori meno commerciali o più “impegnati” (brutta parola, pertanto virgolettata). Massimo Bubola è un poeta e lo dimostrano i testi delle canzoni che ha scritto.

In questa intervista a Massimo Cotto, Bubola racconta gli anni di collaborazione con Fabrizio De Andrè, durante i quali hanno dato vita a due dei migliori album della produzione discografica del cantautore genovese. E ci racconta la nascita di brani come Andrea, Fiume Sand Creek, Quello che non ho, Sally, Volta la carta, Avventura a Durango (traduzione del brano di Bob Dylan Romance in Durango), Se ti tagliassero a pezzetti, Hotel Supramonte, Canto del servo pastore, Ave Maria, per non dimenticare la celeberrima Don Raffaè.

Bubola ci fa conoscere i lati di Fabrizio De Andrè meno noti, raccontando ricordi ed emozioni vissuti durante la loro proficua collaborazione, rispondendo alle domande di Massimo Cotto. Il risultato è un libro interessantissimo da leggere riascoltando, prestando nuova attenzione ai testi, i brani di cui Bubola ci racconta la genesi ed i retroscena che sono dietro la scelta di certi versi.

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