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Il talento di Alexandra Dovgan assieme all’Orchestra del Teatro di San Carlo

Dirige Dan Ettinger

Venerdì 16 giugno ore 19

Alexandra Dovgan e l’Orchestra del Teatro di San Carlo diretta da Dan Ettinger sono i protagonisti del nuovo appuntamento della Stagione di Concerti in programma venerdì 16 giugno alle ore 19 al Massimo napoletano.

Primo brano in locandina è il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Fryderyk Chopin, composto tra il 1829 e il 1830 e presentato a Varsavia il 17 marzo 1830 dallo stesso autore. Assieme al Concerto n.1 è considerata un’opera giovanile, influenzata dallo stile cosiddetto “Biedermeier” ovvero uno stile molto melodico e cantabile in cui esecutori esperti trovassero occasione per esibire le loro doti virtuosistiche.

Nella seconda parte del concerto sarà eseguita la Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal nuovo mondo” di Antonín Dvořák, l’ultima e sicuramente più famosa sinfonia del compositore ceco, scritta tra il 1892 e il 1893 a New York e detta “Dal Nuovo Mondo”, perché ispirata alle musiche popolari americane, come gli spirituals d’origine afroamericana e i canti popolari dei pellerossa, rielaborate attraverso il linguaggio musicale europeo.

Nata nel 2007, Alexandra Dovgan torna al Teatro di San Carlo dopo la partecipazione al Festival pianistico dello scorso anno.

Nata in una famiglia di musicisti e inizia i suoi studi di pianoforte all’età di quattro anni e mezzo. Il suo straordinario talento viene subito notato e a cinque anni entra nella rinomata Scuola Centrale del Conservatorio di Mosca dove attualmente studia sotto la guida di Mira Marchenko. Alexandra Dovgan è vincitrice di cinque concorsi internazionali, tra questi il Concorso Internazionale Vladimir Krainev a Mosca, il Concorso Internazionale “Astana Piano Passion” e il Concorso internazionale Televisivo per Giovani Musicisti “Nutcracker”. Nel maggio del 2018, non ancora undicenne ha vinto il Grand Prix del II° Concorso Internazionale per Giovani Pianisti “Grand Piano Competition” di Mosca (direttore artistico Denis Matsuev). Le immagini del suo concerto hanno fatto il giro del mondo sui canali tv e web emozionando musicisti e amanti del pianoforte.

Guida all’ascolto

A cura Gianluca D’Agostino

MUSICA ROMANTICA DAL VECCHIO AL NUOVO MONDO

Il programma odierno presenta due capolavori dell’Ottocento europeo distanti tra loro oltre mezzo secolo. Quello che unisce i due compositori, Chopin e Dvořák, è l’esplorazione di mondi ai loro tempi poco esplorati, per il pianoforte come per l’orchestra.

F. Chopin, Concerto n° 2 in fa minore op.21
Composti tra 1829-30, i due Concerti per pianoforte e orchestra di Fryderyk Chopin (1810-1849) sono opere giovanili influenzate dalla cultura musicale che si respirava allora a Varsavia e, più in generale, dallo stile cosiddetto “Biedermeier”. Con tale termine in musica si intende uno stile essenzialmente semplice e molto melodico e cantabile, nel quale comunque esecutori esperti, e segnatamente pianisti talentuosi, trovassero occasione per esibire le loro doti virtuosistiche con cui ottenere il gradimento delle platee internazionali (e per Chopin questo significava quella di Parigi). In entrambi i concerti – il cui ordine di pubblicazione, peraltro, è invertito rispetto a quello di composizione, nel senso che il Concerto n° 1 in mi minore op. 11 fu in realtà composto l’anno successivo al Concerto op. 21 – la funzione della parte orchestrale è limitata all’accompagnamento del solista. Per il resto le due opere differiscono, e questo Concerto è percepito e definito come più “intimo e nervoso” rispetto all’altro; diversa fu anche la loro fortuna, visto che il Secondo Concerto, nonostante fosse il preferito ed il più eseguito dal compositore, fu ripreso più raramente da altri pianisti. Dedicato alla contessa Delphine Potocka, la partitura fu tuttavia ispirata dall’amore per un’altra donna, tale Konstancja Gladkowoska, un’allieva del Conservatorio di Varsavia, della quale Chopin scriveva a un amico: «Forse, per mia sfortuna, ho trovato il mio ideale, a cui sono rimasto fedele, pur senza dirle una parola, per sei mesi; quella che sogno, a cui ho dedicato l’Adagio del mio Concerto». Il primo movimento inizia con un’introduzione orchestrale che presenta i due temi fondamentali, il primo consistente in una melodia in fa minore di taglio abbastanza marziale (anche per via dei ritmi puntati) e il secondo, più lirico, in la bemolle maggiore, introdotto dai legni. Al suo ingresso, maestoso, il pianoforte reinterpreta entrambi i temi, dapprima in modo lirico ed espressivo, ma poi subito assumendo quel carattere improvvisativo che permea tutta la composizione, come si rileva dalla sistematica ornamentazione delle melodie ottenuta tramite variazioni virtuosistiche di crescente complessità. Una breve ma intensa ripresa dell’orchestra è presto interrotta dal ritorno del pianoforte, che introduce al vero e proprio sviluppo, dove numerose modulazioni trasportano i temi in tonalità remote, pur senza alterare la loro fisionomia. A quel punto l’orchestra è abbondantemente ridotta alla funzione di sfondo sonoro, mentre il movimento si avvia ad una rapida e impetuosa conclusione, sempre all’insegna di passaggi estremamente virtuosistici. Il successivo Larghetto, in la bemolle maggiore, esprime tutta la cantabilità intima e sentimentale di cui era capace questo impareggiabile maestro della tastiera, il quale appunto, secondo molti osservatori, quando sedeva al pianoforte «si abbandonava ad uno stato di tale concentrazione che tutti gli altri pensieri venivano cancellati». Questo movimento è quello direttamente ispirato dall’infelice amore per Konstancja, secondo la testimonianza dello stesso autore; e molti critici guardano ad esso come una delle più delicate creazioni chopiniane, che sembra decisamente anticipare l’atmosfera sognante dei Notturni. Anche qui c’è una breve e abbastanza convenzionale introduzione orchestrale, sulla quale entra subito il pianoforte con la sua lunga e patetica melodia, ripetuta due volte, e riccamente ornata. Un episodio centrale contrasta nettamente con questo inizio, per via del suo tono drammatico conferito dal tremolo degli archi, sopra i quali il solista si lancia in veementi ed appassionate frasi irregolari: l’effetto è molto teatrale, così come lo è il ritorno al lirismo iniziale. Qualcuno ha letto in questa doppia natura del movimento un riflesso diretto della biografia dell’autore: la sognante “reverie” iniziale esprimerebbe l’amore inconfessato, mentre l’episodio centrale starebbe a rappresentare la brusca confessione del proprio sentimento, comunque frustrato. In effetti, al netto della brillantezza dei passaggi virtuosistici, un tono malinconico pervade l’intero Concerto. L’Allegro vivace finale ritorna al fa minore. Quest’ultimo movimento è certamente una “vetrina di incandescenti passaggi di bravura”, come è stato detto. A colpire sono soprattutto le invenzioni melodiche e le capricciose trovate ritmiche, impreziosite da due “ammiccamenti” alla tradizione popolare, e cioè due omaggi all’immenso repertorio delle danze: un Valzer e soprattutto una Mazurka, ossia quella danza che dalle campagne polacche era ormai approdata ai salotti borghesi. Anche la netta cesura imposta dal segnale dei corni, prima della stretta finale, sa di colpo di teatro, ma al tempo stesso evoca le atmosfere pastorale o le battute di caccia; e dopo la brillante cadenza del pianoforte, il concerto si conclude luminosamente in fa maggiore.

Dvořák, Sinfonia in mi minore “Dal nuovo mondo”

Si è soliti, e a ragione, abbinare Antonín Dvořák (1841-1904) al discorso sul nazionalismo musicale e sulle scuole nazionali, poiché egli fu l’esponente di spicco della scuola musicale ceca, insieme a Smetana e Janacek, restando però, rispetto a questi ultimi, il più vicino al classicismo austro-tedesco e il maggiormente influenzato da esso. Dvořák proveniva da una famiglia borghese, che lo avviò precocemente alla musica. A poco più di trent’anni colse il suo primo vero successo, componendo un inno patriottico ascrivibile alla corrente irredentista propria degli ambienti culturali boemi. Di poco successiva è la vittoria di una borsa di studio assegnatagli da una giuria in cui sedevano, tra gli altri, Eduard Hanslick e Johannes Brahms, che agli occhi del boemo fu sempre il suo idolo e che in effetti gli fece anche un po’ da pigmalione. La svolta internazionale della carriera avvenne nel 1884, quando il compositore si recò per la prima volta in tournée in Inghilterra, riportandone un bel successo personale. Forte e significativo fu questo legame con la Gran Bretagna, dove Dvořák si sarebbe recato molte altre volte, così come significativa sarebbe stata anche la relazione con la grande ex-colonia britannica, gli Stati Uniti, ossia il “Nuovo mondo”. In effetti sia al pubblico che ai critici anglosassoni piaceva particolarmente la sua produzione sinfonica, tutta peraltro ascrivibile al decennio Ottanta- primi anni Novanta: ben nove sinfonie (si noti il numero, che è ovviamente simbolico) delle quali, però, solo le ultime cinque fanno parte del repertorio. Di conseguenza queste sinfonie hanno una doppia numerazione: la Quinta fu pubblicata come Terza op. 76 nel 1888; la Sesta come Prima op. 60 nel 1882, la Sinfonia n. 7 in re minore apparve come n. 2 op. 70 nel 1884-85, l’Ottava-Quarta in sol maggiore del 1889 e infine l’ultima e famosissima, la Nona ovvero Quinta, in mi minore, nota appunto come Sinfonia “Dal nuovo mondo”, nel 1892-93. Nel 1891-92 il compositore fu invitato a trasferirsi a New York, per assumere la direzione del locale conservatorio; l’invito – che il maestro all’inizio aveva accolto, si dice, con qualche titubanza – fu corroborato da un allettante stipendio, messo a disposizione da facoltosi commercianti e filantropi locali, che evidentemente ammiravano la sua musica. Giunto in terra americana, pare che alcuni studenti di colore lo avessero messo in contatto con la musica dei neri, ossia gli spirituals e i canti delle piantagioni; inoltre nello Iowa il compositore ebbe occasione di ascoltare melodie proprie della comunità indiana. Come si vede, egli si impegnò da subito in una sorta di indagine “etnomusicologica”, i cui primi frutti furono un discorso, pronunciato nel settembre ’92, sul patrimonio musicale locale e soprattutto sull’uso che avrebbero dovuto farne i compositori colti. Vi si leggono affermazioni come queste:
Io sono convinto che la musica futura di questa nazione debba basarsi su quelle che sono chiamate melodie Negre. Queste possono essere la base di una scuola di composizione seria e originale, da svilupparsi negli Stati Uniti. Questi graziosi e variati temi sono il prodotto del terreno; sono le canzoni popolari dell’America e i vostri compositori devono rivolgersi ad esse.

Ma vi troviamo anche alcune precisazioni, fatte quasi a fugare ogni dubbio e possibile obiezione sulla “originalità” del materiale compositivo:

Io non ho usato attualmente nessuna delle natie melodie americane. Ho semplicemente scritto temi originali, incorporando le peculiarità della musica indiana, e, usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con tutte le risorse dei ritmi moderni, del contrappunto e del colore orchestrale.

Queste sono dunque le premesse e le suggestioni da cui scaturì, tra il dicembre 1892 ed il maggio 1893, la Sinfonia in mi minore, “Z Nového svéta” (Dal nuovo mondo): grandissimo e memorabile affresco sinfonico, articolato in quattro movimenti (Adagio – Allegro molto; Largo; Scherzo. Molto vivace; Allegro con fuoco) ciascuno preceduto, a mo’ di procedimento unificante, da una breve introduzione lenta. Il primo movimento è sostanzialmente bitematico, con un primo tema molto ritmico e dalla inconfondibile fisionomia “ad arco”, che apre l’Allegro molto e che poi tornerà nel corso della sinfonia, fungendo quasi da Leitmotiv, al quale rispondono in verità due secondi temi, il primo annunciato da oboi e flauti (nella cui concertazione l’autore ha sempre la mano davvero felicissima) e poi ripreso dagli archi, e il secondo, davvero memorabile, che viene enunciato dall’oboe solo in modo molto icastico, quasi certamente di provenienza “etnica”: Segue una ricapitolazione, molto teatrale, di quanto udito e quindi lo sviluppo e poi subito la conclusione, animati sostanzialmente dagli stessi temi fin qui sentiti, ma intrecciati e variati, dove a colpire è soprattutto la verve ritmica e la continua pulsazione orchestrale, che alterna impetuose cavalcate a dolci rallentamenti bucolici. Nel Largo seguente, dopo una progressione accordale assai suggestiva (e di sapore wagneriano), la connotazione etnica è resa ancor più esplicita dal tema principale, con la sua melodia pentatonica, per la quale l’autore stesso dichiarò essersi ispirato a un poema epico della tribù degli irochesi. È il corno inglese ad esporlo, in uno dei momenti di grandissimo pathos di cui è cosparsa la composizione. Si noti, però, anche l’estrema bellezza della ripresa di questo tema, affidata subito dopo al quartetto degli archi: il loro finissimo contrappunto in particolare, che ci ricorda quello che l’autore stesso affermava, appunto, circa lo “sviluppo dei temi originari ottenuto con le risorse… del contrappunto”; anche perché è all’interno del tessuto degli archi che Dvořák colloca alcuni dei suoi proverbiali cambi armonici, con i quali conferiva improvviso e nuovo colore alle sue sonorità. La sezione centrale del movimento è più animata, con il momento culminante che ripropone un frammento del tema principale del primo tempo. Nel terzo movimento, uno Scherzo, si ritrova il gusto deciso per la vitalità ritmica, ottenuto soprattutto con l’inciso, iterato mille volte, formato dalle tre crome puntate seguite dalle due semiminime e dalla pausa: inciso di memoria direi beethoveniana, ma un Beethoven trasformato in una danza ceca dall’andamento quasi furioso, il che poi si riconduce alla pretta tradizione musicale mitteleuropea della quale l’autore era imbevuto, fatto salvo l’occasionale interesse per quello che poteva essere il “folklore indo-americano”. Il finale è aperto da un tema decisamente assertorio ed epico, un’altra di quelle melodie che hanno assicurato alla Sinfonia la sua immortalità, anzi forse la più famosa di tutta la partitura. Si contrappone ad essa una seconda melodia più lirica, esposta inizialmente dai fiati e poi ripresa dall’orchestra. Tuttavia è il prosieguo ad essere particolarmente coinvolgente e ben costruito, poiché in esso ritornano sia il Leitmotiv sia le principali idee tematiche del Largo e dello Scherzo. Non è però una mera riproposizione di quanto già esposto, bensì una sintesi onnicomprensiva e davvero molto serrata di tutta l’opera, la cui acme si trova, a nostro parere, nella meravigliosa preparazione al vero e proprio finale, ossia in quel progressivo crescendo di intensità che va dal momento lirico, al “sostenuto”, allo “stringendo”, fino al conclusivo “Allegro con fuoco”.

Teatro di San Carlo
venerdì 16 giugno 2023, ore 19:00

DAN ETTINGER / ALEXANDRA DOVGAN

Direttore | Dan Ettinger
Pianoforte | Alexandra Dovgan

Programma

Fryderyk Chopin
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore, op. 21

Antonín Dvořák
Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal nuovo mondo”, Op. 95

Orchestra del Teatro di San Carlo