Di: Alessandra Staiano

“Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”. E’ questa considerazione di Borges, genio argentino del Novecento, a dare la chiave a Javier Cercas per comprendere, riscrivere e raccontare il tentato colpo di Stato del 23 febbraio 1981 in Spagna. Mentre i colonnelli franchisti irrompono nel Parlamento di Madrid, il primo ministro Adolfo Suarez resta seduto al suo posto. Eroe della ritirata o politico pienamente consapevole della sua fine che tenta disperatamente di tramandare un’immagine dignitosa di sé stesso, sapendo bene della presenza delle telecamere in aula, Suarez viene descritto analiticamente insieme agli altri personaggi protagonisti di un fatto storico che appare lontano agli occhi italiani, ma che è maledettamente presente e pesante nelle vicende spagnole. Restano seduti ai loro posti anche il tenente generale Gutiérrez Mellado e il segretario del partito comunista Santiago Carrillo. Allo stesso gesto di ciascuno di loro, Cercas dà una lettura differente perché frutto di traiettorie esistenziali e politiche diverse, quando non addirittura opposte. 

L’interesse di questo testo- che parte da un fatto di cronaca testimoniato da un video ma resta pur sempre una ricostruzione letteraria – sta non solo nella (ri)scoperta della storia spagnola più recente, ma anche e soprattutto nella capacità di Cercas di mostrare come il fatto storico sia qualcosa di estremamente complicato. Complicata ne è la ricostruzione, l’interpretazione e la lettura tanto che, pur arrivando alla conclusione che “per una volta la storia è stata coerente, simmetrica e geometrica, e non disordinata, casuale e imprevedibile”, al lettore resta la sensazione che il potenziale evocativo e drammatico della realtà non sia riuscito ad essere imbrigliato nelle pagine di un romanzo.

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